La fine della guerra fredda ha comportato il rifiorire di identità
etniche, di piccole e grandi nazioni, di nazionalismi. Il fenomeno sociale che
ha accompagnato questi cambiamenti è stato il razzismo. Balibar dice:
"Non esiste un razzismo invariante , ma dei razzismi
il razzismo è
esso stesso una storia particolare che collega le congiunture dell'umanità
moderna, per essere a sua volta influenzata da esse". Deve essere indagata
la molteplicità di soggetti verso i quali si attivano processi di razzizzazione.
Lo studio del razzismo in Italia è stato sollecitato dalla transizione
a paese d'immigrazione. Questo passaggio ha rivelato sia la natura apologetica
di molti discorsi del dopoguerra, sia l'esistenza di ampie aree dell'immaginazione
nazionale pervase da ansie identitarie dal sapore razzista.
Il modello su cui si basano i razzismi è il concetto di "razza",
costruzione simbolica, la cui legittimità si poggia su basi scientifiche
alquanto fragili.
Il concetto scientifico di razza appartiene alla modernità. Cominciò
ad essere impiegato alla fine del XVII secolo per designare gruppi umani geograficamente
o somaticamente lontani tra loro. Dal punto di vista etimologico il termine
razza deriva dal latino "generatio". Le lingue neolatine lo identificavano
con la parola "haraz", allevamento di cavalli. Quindi sembra che "razza"
sottolinei un richiamo alla parentela animale dell'uomo. Nel corso del XVIII
secolo il termine entrò nel lessico naturalistico. Nel XIX secolo divenne
nozione comune e onniesplicativa per poi superare i confini del linguaggio scientifico.
Agli inizi del Novecento determinò due movimenti contraddittori: "razza"
spinse all'estremo la sua natura di concetto provocatore d'azione ma subì
anche un declino piuttosto rapido. Possiamo parlare della parabola del concetto
di "razza":
- XVII secolo: la Bibbia era considerata la chiave d'accesso all'enigma della
diversità umana individuando in Adamo l'origine della popolazione dei
continenti. Il mondo degli uomini subì delle grosse trasformazioni a
causa di tre grosse trasgressioni: Caino e la sua progenie, i discendenti dei
figli di Noè e la costruzione della Torre di Babele.
- Metà XVII secolo: il potere della Bibbia cominciò ad indebolirsi.
Alcuni sostennero che Dio avesse dato vita, molto prima che al popolo ebraico,
a tutti gli altri esistenti. Questa teoria ha comportato un dubbio sull'origine
comune della specie umana.
- XVIII- XIX: Giovanbattista Vico introdusse il concetto di scienza nuova, il
cui obiettivo era di rintracciare un ordine logico nelle vicissitudini dell'umanità,
scoprendo un inizio e una fine. La storia dei popoli aveva inizio nello stato
ferino e terminava con il raggiungimento dell'ordine perfetto, in disaccordo
con il racconto biblico. In campo biologico Linneo estese anche all'uomo le
categorie di classe, ordine, specie e genere parlando di un incontro tra l'uomo
e le scimmie. Buffon affermò che pur dissimili tra loro, il bianco, il
lappone, il negro possono accoppiarsi e propagare la grande e unica famiglia
del genere umano. La nascente scienza della razza diede due risposte alla dissomiglianza
tra individui: il clima, l'alimentazione, i costumi hanno differenziato nel
tempo un unico ceppo originario ( determinismo climatico - ambientale) ; oppure
le peculiarità prevalgono sui tratti comuni ( ereditarismo razziale ).
La teoria climatica ebbe la meglio risultando accettabile anche all'ortodossia
religiosa. Comunque non era in grado di spiegare come mai i tratti caratteriali
di un individuo perdurassero anche in un ambiente diverso dal proprio. Arbuthnot
sostenne che la pressione dell'atmosfera operava nella formazione delle strutture
corporee, nelle diversità dei costumi
Montesquieu appoggiò
la sua teoria dicendo che ogni differenza di fisico e di carattere era giustificabile
attraverso l'indagine sul clima. In Francia si provò a costruire un'antropologia
su basi scientifiche. Gall considerò la diversità razziale in
rapporto a una particolare configurazione del cranio e del cervello. Il monogenismo
di Buffon andò perdendo terreno dato che si preferiva concepire l'umanità
come un genere suddivisibile in specie e non un'unica specie articolata in razze.
L'inglese Prichard continuava ancora ad essere monogenista ritenendo che bisognava
tracciare la storia delle razze per giungere alla comprensione sulla loro affinità.
Durante il periodo della Restaurazione si sviluppò un concetto più
aggressivo di razza, fu considerata agente storico primario. Thierry affermò
che la costituzione fisica e morale dei popoli avesse a che fare ben più
con la loro discendenza razziale che con l'influsso del clima.
XIX: Edwards pose le basi per la nascita di una scienza della razza facente
parte dell'ambito medico - naturalistico. Lo studioso mostrò come ogni
specie conservi nel tempo i propri caratteri fondamentali dall'azione del clima
e dell'ambiente. Stabilità e continuità razziale erano verificabili
nei prodotti degli incroci. Nell'uomo generavano ibridi soltanto le razze più
lontane tra loro; dove i genitori fossero appartenuti a razze vicine (Europa),
i tipi razziali avrebbero teso a persistere con la discendenza.
- 1850: Knox sostenne che i caratteri fisici e morali dell'uomo avrebbero dovuto
ricondursi interamente alla potenza della 'trasmissione ereditaria', per eliminare
cause come il clima. Comunque appariva illusorio supporre che i caratteri acquisiti
si potessero ereditare . Lo scopo di Knox era quello di dimostrare che le razze
umane erano in realtà specie differenti fin dall'inizio, come provato
dall' immutabilità dei caratteri somatici e dall'evidenza storica.
- 1866: Broca definì l'antropologia " studio del gruppo umano considerato
nei suoi rapporti con il resto della natura". L'anatomia ricordava così
all'uomo i suoi vincoli animali.
- 1859: Darwin, teoria dell'evoluzione per selezione naturale: l'uomo discendeva
da qualche ignoto animale, la distinzione tra specie e razze fu vanificata dal
mutare evolutivo. A breve termine l'evoluzionismo fu inglobato all'interno del
razzialismo dominante evidenziando aspetti come la lotta per la vita o la sopravvivenza
del più adatto. A lungo termine la teoria dell'evoluzione riconciliata
con la genetica non potrà non minare le fondamenta del concetto antropologico
di razza.
- 1864:Russel affermava che la selezione naturale avrebbe cessato molto presto
di agire sul fisico dell'uomo, la lotta per l'esistenza avrebbe riguardato la
mente e il comportamento, premiando i più adatti sul piano intellettuale
e morale.
- Huxley: dopo la guerra civile americana disse che la gente bianca era la migliore
perciò era giusto che dominasse sulle altre, mentre l'inferiorità
delle popolazioni nere le avrebbe sempre condannate a occupare un livello basso
della scala sociale.
- Una non corretta interpretazione del darwinismo portò a considerare
le razze inferiori non abbastanza evolute, sconfitte nella lotta per l'esistenza
e inadatte alla competizione.
- XIX-XX secolo: la dottrina della razza divenne una missione salvifica e un
programma d'azione.
Nei decenni che separano le due guerre ha inizio la fase discendente della parabola:
si passò dall'opinione che tutto fosse razza al convincimento che la
razza fosse era altro che un opinione di cui la scienza poteva anche non aver
bisogno. I fattori che hanno determinato questo cambiamento li possiamo individuare
nella nascita del fascismo e l'avvento del nazismo al potere, lo scoppio della
guerra. In campo biologico la genetica di Mendel, puntando alla trasmissione
degli elementi genotipici , iniziò il suo cammino in rotta con la biologia
evoluzionistica. Successivamente si arrivò ad un riavvicinamento tra
la genetica e la teoria dell'evoluzione che portò allo sviluppo della
genetica di popolazioni, disciplina dal carattere statistico e probabilistico.
La suddivisione delle specie in razze non corrispondeva più al ritratto
che dell'evoluzione umana e del suo adattamento stava dando la genetica di popolazioni.
L'uomo non sfuggiva all'opera continua della selezione naturale.
All'interno della popolazione, individuata geneticamente e statisticamente,
ogni individuo è unico a causa del proprio assortimento di geni. Tutti
quegli individui che condividono una stessa distribuzione delle frequenze geniche
formano una popolazione differenziata dalle altre.
Il problema di questa scienza della diversità umana è che richiede
notevoli conoscenze biologiche ed è contro - intuitiva, non si possono
vedere i geni di cui si occupa la nuova antropologia.
La partecipazione a questa cerimonia ha suscitato in noi delle riflessioni
e il primo interrogativo che ci siamo posti è "che cosa sia il diritto".
La risposta, forse, è già presente nella stessa definizione del
termine "diritto" che deriva dal latino" dirigere" e significa
indirizzare, disporre e il cui participio passato "directum" è
stato tradotto in "ciò che è dritto, quindi giusto".
Se assimiliamo al diritto il senso del giusto, come del resto è prevalente
nella nostra lingua, allora le domande successive che ci vengono spontanee sono:
" Da che cosa deriva l'ingiusto? Quali sono le cause di tanta violazione
del diritto di cui abbiamo esempi notevoli anche se solo alcuni eclatanti?".
La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo fu approvata dall'Assemblea
Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, all'indomani di una guerra
che aveva visto le più degradanti violazioni della dignità umana.
Questi diritti sono fondati sul riconoscimento dell'uguaglianza di tutti gli
uomini ( art.1) . Sono distinti in tre gruppi:
- diritti civili;
- diritti politici;
- diritti economici, sociali e culturali.
Costituiscono un insieme di norme la cui funzione è di salvaguardare
tutti gli uomini nella loro possibilità di partecipare alla vita della
comunità. Se il comportamento dello Stato mette in forse questa possibilità
o la restringe a gruppi privilegiati allora si fa appello a tali diritti.
Possiamo individuare antecedenti della Dichiarazione nel giusnaturalismo , nel
pensiero politico liberale come in quello democratico e socialista europeo e
si potrebbero citare, a titolo esemplificativo, fermandosi ai classici, Locke,
Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Beccaria, Kant e Marx. Ma la conquista di diritti
e libertà parziali è stata lenta e all'interno di un processo
durato per secoli, con al centro tre rivoluzioni: quella inglese (1640-1689
), quella americana, culminata nella Dichiarazione di Indipendenza e nella rivendicazione
del diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità
e quella francese, il cui simbolo è la Dichiarazione dei diritti dell'uomo
e del cittadino ( 1789 ). Questi testi, che hanno riecheggiato in modo tale
da cambiare il mondo, rispecchiavano le idee e le rivendicazioni di un ambiente
sociale ben circoscritto sia nello spazio che nel tempo, nascendo spesso in
evidente contrasto con la situazione reale dei paesi di riferimento. Ci viene
in mente, ad esempio, la dichiarazione d'indipendenza americana che recitava
l'uguaglianza e la libertà nello stesso contesto in cui la schiavitù
era un 'istituzione. La cosa, però, non deve meravigliarci più
di tanto perché ancora oggi ci sono evidenti contrasti tra l'essere e
l'apparire di paesi in cui l'immagine è di grande democrazia, ma di fatto
la pena di morte è ancora accettata.
La Dichiarazione Universale è il frutto di più ideologie: il punto
di incontro e di raccordo di concezioni diverse sia dell'uomo che della società;
non costituisce l'ingrandimento a, livello mondiale, di testi giuridici nazionali,
ma l'adattamento di quei testi ad un mondo multiculturale, eterogeneo e diviso.
E' un fattore di unificazione dell'umanità in quanto ha proclamato una
serie di precetti che tutti i cittadini del mondo dovrebbero osservare, ponendo
dinanzi all'umanità un modello d'uomo interiormente libero e perciò
rispettoso e del simile e del diverso. Grazie ad essa la società degli
stati si è sforzata di uscire gradualmente dagli anni bui in cui solo
il dominio e la forza costituivano il parametro per giudicare l'importanza degli
Stati.
La Dichiarazione ha favorito l'emergere dell'individuo all'interno di uno spazio
prima riservato esclusivamente agli stati sovrani; nel concreto, però,
la difesa dei diritti umani si è trovata di fronte ad una serie di difficoltà
di diversa natura: politica, culturale, economica e di questo sono testimonianza
molte piaghe che non riescono a guarire. Pensiamo, ad esempio, alla guerra d'Africa.
Ogni guerra che si combatte in Africa è una guerra totale, non in senso
tecnologico ma piuttosto nel senso che i conflitti coinvolgono intere popolazioni,
distruggono i villaggi, devastano i raccolti. I bambini sono vittime di rappresaglie,
di incursioni, vengono uccisi dalle mine e dai consueti nemici " invisibili
": fame, epidemie, malnutrizione, mancanza di medicinali.
La situazione dell'Africa, così come quella di molti altri paesi simili,
ha suscitato in noi una domanda: " La Dichiarazione dei diritti umani è
veramente universale?". Sembra proprio che nella pratica essa non sia stata
applicata universalmente; rispecchia le conquiste e la storia dell'occidente
e per niente la vita vissuta né tanto meno la storia di tanti paesi tra
i quali spicca quello africano. L'Africa primitiva, tribale e feudale, ha conosciuto
l'imperialismo europeo nel XVI secolo, quando il Portogallo e la Spagna, alla
ricerca di una via marittima per raggiungere l'India, si sono accostate alle
rive occidentali del continente dando così inizio alla storia del colonialismo
europeo con la sua progressiva penetrazione e installazione sulla costa africana.
Poi con la scoperta dell'America, il bisogno di manodopera a buon mercato, ha
trasformato l'Africa in una fonte di schiavi. Milioni e milioni di giovani africani,
uomini e donne ma soprattutto uomini, furono incatenati e deportati come bestie
per finire nelle piantagioni, nelle migliori delle ipotesi, prima degli spagnoli
e dei portoghesi, poi dei francesi ed infine degli inglesi. E così i
popoli e le civiltà africane primitive, sono entrate in contatto con
il capitalismo occidentale, che ha mostrato loro il lato più selvaggio,
barbaro, brutale del sistema. Pensiamo alla tratta degli schiavi che fu dichiarata
fuori legge all'inizio del XX secolo, ma invece il commercio e l'esportazione
degli schiavi continuò ancora per lungo tempo. L'Africa era quasi completamente
sotto il dominio coloniale inglese, francese, spagnolo e portoghese quando la
Dichiarazione Universale per i Diritti Umani fu proclamata dall'ONU; però
i regimi dell'Africa post - coloniale furono invitati lo stesso a ratificare
e ad applicare tale Dichiarazione, che trattava la cittadinanza, lo stato di
diritto, la democrazia, i partiti, il voto, elementi estranei alla " società
civile " delle " città "e delle campagne tribali africane.
Pensiamo che la problematica fondamentale dei diritti umani in Africa, dunque,
non risiede né nella maggiore o minore precisione del testo, né
nei meccanismi di controllo stabiliti, né nella volontà di applicare
i principi della carta universale dei diritti umani, ma nell'attuale situazione
di dipendenza economica e sociale reale in cui vive l'Africa e che caratterizza
il continente per essere il più arretrato del pianeta. Pertanto risulta
impossibile parlare di diritti umani quando il diritto alla vita non può
essere garantito. Questo continente ha bisogno sempre più di una stabilità
politica che garantisca, senza la storica intromissione delle ex metropoli,
l'unità e la pace nella regione come premessa per raggiungere il livello
di sviluppo e progresso sostenibile per i suoi popoli, per poter trasformare
in un fatto concreto la sua aspirazione in materia di diritti umani.