Attività in Archivio

Nell’ ambito del progetto di storia “I giovani e la memoria”, il 16 e il 13 Novembre 2003 la classe III°S2 ha partecipato a due incontri presso la sezione dell’archivio di stato comunale per svolgere un’attività di ricerca su “Orvieto e la peste del 1348”. Durante il primo incontro si è cercato di far avvicinare gli studenti al mondo sconosciuto dell’archivio con la presentazione da parte della diret-trice sulle importanti funzioni dell’ufficio e dei tipi di documenti che vi si conservano. Durante il secondo incontro la classe si è divisa in gruppi di lavoro che si sono occupati di leggere, tradurre (dal latino e dal francese) e decodificare testi sul tema proposto, integrando e confrontando i dati a cui erano pervenuti.


Facciata dell'Archivio di Stato di Orvieto

COS’E’ UN ARCHIVIO?

L’archivio di stato è l’ufficio pubblico incaricato della conservazione di documenti di stato e degli atti storici. Non tutte le tipologie di “potenziale” materiale archivistico vengono conservate. Alcuni documenti possono essere scartati. La selezione è svolta dalle commissioni di scarto: dopo un’attenta analisi (mai si decide a priori) si scelgono gli scritti che suscitano maggiore interesse, e che soprattutto abbiano valenza storica. In base a dei massimali di scarto (categorie predefinite) si procede all’operazione di scarto. In passato l’errore più frequente è stato quello di gettare nel cestino dei documenti che, nel presente, sarebbero potuti tornare utili, al fine storico e sociale cui inevitabilmente sono destinati. Oggi si tende il più possibile a conservare alcune vecchie categorie (massimali) che in passato si era soliti scartare.
Nell’ambito dell’archivistica italiana attuale si delineano due periodi che hanno come fulcro l’anno dell’unità di’Italia (1861). Prima di questa data gli scritti ci raccontano la situazione politica dei numerosi Stati che si estendevano da nord a sud nella Penisola. Dopo il 1861 i documenti sono pro-dotti dagli Uffici dello Stato Italiano (la documentazione è omogenea tra le regioni). Possiamo di-stinguere tre diversi tipi di archivio, a seconda della data (o comunque, in senso più esteso, del pe-riodo storico) a cui appartengono. Documenti che risalgono ad almeno 40 anni sono conservati nell’archivio storico. Nell’archivio di deposito invece si trovano scritti di almeno 30 anni. Cinque anni è infine il limite entro il quale vengono classificati i documenti nell’archivio corrente. A Orvie-to si trova la sezione dell’archivio di stato di Terni (Capoluogo di Provincia). La scelta di una città come sede di archivio dipende dalla quantità e dalla qualità del materiale storico, storiografico e no-tarile presente. Nell’archivio di stato di Orvieto si trovano documenti che appartengono a date rela-tivamente lontane (i primi manoscritti risalgono al 1088 d.C.) fino a stampe del 1945.
Si premette che la documentazione ufficiale, fino agli ultimi decenni del XVIII sec. è esclusivamen-te in latino.
Per comprendere appieno un documento, specie se antico, bisogna conoscere la paleografia (scienza che studia la scrittura e serve a riconoscerne i segni convenzionali. E’ molto utile soprattutto quando ci si imbatte in scritture medievali come la minuscola scolaresca notarile) e la diplomatica (studio dei tipi di documento); dunque spesso risulta più comodo consultare libri o edizioni invece che l’originale
In un archivio si localizzano e si identificano i vari documenti tramite gli inventari. Come già ac-cennato, l’archivio di stato contiene numerose fonti di varia estrazione cronologica: storia ufficiale (ante e post 1861), documenti e atti dello stato, in ambito della politica, del privato e del quotidiano.
Le risorse cartacee di maggiore rilevanza atte alla comprensione e alla conoscenza di un evento nell’ambito privato, o famigliare che sia, sono le fonti notarili. I notai (una delle corporazioni più importanti nei primi secoli dopo il Mille) firmano sia atti per lo Stato sia per le Associazioni, sia per i privati, per le parrocchie e le altre Arti. Esistono appositi uffici (archivi notarili) dove sono con-servate le qui sopra elencate categorie di elementi.
Sono presenti inoltre lasciti di archivi privati, tra i quali il più corposo è l’”Archivio Cozza”.
Altro perno fondamentale dell’archivistica in genere è l’invenzione della stampa a caratteri mobili (Giovanni Gutenberg, 1457). Ne deriva una linea netta di separazione tra due ben precisi periodi storici. Prima dell’avvento della stampa erano presenti solamente manoscritti (su papiro, pelli, per-gamene e carte). Dopo il 1500, con la diffusione dell’invenzione di Gutenberg (che permette una notevole riduzione del tempo di produzione di uno scritto), oltre ai tradizionali manoscritti, com-paiono qua e là anche dei documenti in stampa a inchiostro.
Infine, da pochi decenni a questa parte, si è diffuso l’utilizzo del computer, con i vari pro e contro che ne conseguono. A partire dal 1866 i documenti sono protocollati e rilegati in appositi fascicoli.
E’ utile distinguere il ruolo dell’archivio (“parte legale - giuridica”) dalla funzione delle biblioteche comunali (“parte creativo - argomentativa”). La biblioteca conserva libri (manoscritti rielaborati partendo da altri libri o documenti. Hanno assunto la loro forma tipica solo nel IV sec. e ne vengono prodotte più copie per una maggiore mobilità del testo) mentre in archivio sono presenti documenti (manoscritti di prima mano, non ripresi da testi precedenti, che non hanno una forma tipica; risalgo-no a millenni fa e vennero scritti inizialmente su pergamena; i documenti inoltre sono unici, non fat-ti per essere copiati).
Molteplici sono state le interpretazioni degli storici che hanno visitato l’archivio di stato di Orvieto studiandone i documenti.

Si sono visti, toccati con mano, letti autentici manoscritti risalenti a molti secoli or sono, tra cui un registro di riformanze (serie di registri che contengono i verbali delle assemblee dei consigli comu-nali) del 1349; un grande, pesante registro di insinuazione delle donazioni (XIII – XIV sec.), scritto in latino su pergamene ricavate da pelli di animali; varie lettere in volgare che si scrivevano ai Con-servatori della Pace. In particolare, per approfondire il tema proposto, sono stati consultati il libro “Une ville devant la peste – Orvieto et la peste noire” (1962) di Elizabeth Carpentier, l’edizione del-le “Cronache” da parte del filologo Luigi Fumi, l’edizione del “Bollettino dell’Istituto Artistico Or-vietano” (conservato nella Biblioteca Centrale di Roma) da parte di Mary Anderson.

LA PESTE

Durante il 1300 un grave morbo dilagò dalla Cina: si trattava della peste.
Questa si può manifestare in due forme: bubbonica e polmonare. La prima si diffonde con le puntu-re di pulci infette, si manifesta con l’insorgere di febbre, brividi e bubboni e, pur causando un alto tasso di mortalità, lascia qualche speranza di sopravvivenza; la seconda è ancora più letale, in quan-to si diffonde con le modalità dell’influenza; ha tempi di incubazione brevissimi e per i nove decimi dei contagiati non c’è scampo. Nel 1348, favorita dagli intensi traffici con l’oriente e dall’arrivo delle galere da Caffa (colonia genovese in Crimea in lotta contro i Tatari, già decimati a loro volta dalla malattia), la Peste Nera fece la sua comparsa in Europa. Verso la fine di Maggio arrivò a Or-vieto. La città venne colta del tutto impreparata, nonostante la “fama” della peste fosse già nota non solo in tutto il territorio italiano, ma anche in ambiente europeo. Come se non bastasse il governo cercò di fare in modo che la vita pubblica e politica continuasse come sempre, senza prendere prov-vedimenti preventivi, peggiorando per quanto possibile una situazione già critica (oltretutto l’organismo che causa la peste, il bacillo di Yersin, venne scoperto dall’omonimo scienziato solo nel 1894 e l’Europa aveva completamente rimosso il ricordo delle precedenti epidemie avvenute se-coli prima, non riuscendo a ricollegarle per capirne le cause). Capre e porci, veicoli delle pulci in-fette, stavano all’interno delle mura; si chiusero i commerci con l’esterno, ostacolando così l’approvvigionamento di medicine; la paura delle morte portò la gente a unirsi in confraternite, riu-scendo solo a infettare più persone; gli ospedali erano sempre più affollati e aumenta così la diffu-sione del bacillo. Morivano circa 500 persone al giorno, contadini, notai, nobili, diseredati, ricchi, nullatenenti, rappresentanti del popolo, bottegai, artigiani, commercianti…
L’abbandono a sé stessi, la consapevolezza che non esiste rimedio al cosiddetto “terzo flagello di Dio”, porta la popolazione a riunirsi in gruppi, favorendo l’insorgere del morbo. Nella maggior par-te delle città italiane si organizzano catastrofiche processioni religiose, cosa che però, inspiegabil-mente, a Orvieto non accade; infatti fortunatamente numerose cerimonie tradizionali vengono so-spese o ritardate.
Il caos era totale anche perché molte importanti cariche politiche rimasero vacanti facendo regnare l’anarchia nel Comune. Tra Luglio e l’inizio di Agosto si verificarono la maggior parte delle morti. Intorno al 20 Agosto la situazione iniziò a migliorare, lo dimostrare il fatto che il 21 ripresero le at-tività commerciali: si poteva finalmente dire che la peste era giunta al termine.
All’indomani della peste lo “spettacolo” che si presentava ad Orvieto era catastrofico. Solo un de-cimo della popolazione era sopravvissuto e quelli ancora vivi erano comunque malati, portavano conseguenze polmonari o erano in stato di shock. Le case abbandonate venivano saccheggiate dai materiali da costruzione, nonostante il divieto del Comune di distruggere le abitazioni. Orvieto ap-pariva come un accumulo di rovine materiali, morali e psicologiche. Alla distruzione si reagì con la ricostruzione, tanto che alla nostra mente queste appaiono mescolate. La nuova città prende spunto da Perugia sia per le istituzioni sia per l’edilizia in quanto ormai è completamente sottomessa ed è costretta a pagare le tassa ai podestà e ai capitani del popolo di Perugia. Ne riprende anche la mag-gior democraticità e vengono rinnovati o ristabiliti diversi ruoli politici: il capitano del popolo, i priori, il consiglio dei ventiquattro, il consiglio dei duecento e la massa del popolo (vecchia istitu-zione orvietana caduta in disuso, formata da quattrocento popolari). Contemporaneamente c’era un’avversione anti-nobiliare: aumentarono le tasse per loro e vennero soppressi tutti i loro privilegi. Curioso è come la spinta per la sottomissione a Perugia da parte dei Monaldeschi si rivolse loro contro, in quanto questa fu la famiglia messa più alle strette. La maggior parte della nobiltà, in diffi-coltà all’interno del centro cittadino, si trasferì nelle tenute di campagna dove veniva meno control-lata. Da una parte le continue pressioni fiscali di Perugia, da una parte gli ingenti risarcimenti ri-chiesti dai cittadini per i danni causati dalla completa anarchia regnante nella città comportarono un rapido aumento delle tasse, che in pochi mesi arrivarono a raddoppiare. I cittadini non si ribellarono in modo particolarmente violento, ma cercavano spesso di evitare di pagare tanto che più volte il comune ha emanato deliberazioni per sollecitare i cittadini e contemporaneamente per non rimbor-sare il popolo. I prezzi erano saliti molto anche se sulla carta sarebbero dovuti salire solo di un quar-to, e la Lira era alquanto svalutata (da 1Lira per 1000 fiorini a 3 Lire per 1000 fiorini). Nonostante le casse del comune fossero state alquanto compromesse, il prestigio era cresciuto; ogni giorno i confini si allargavano e venivano riconquistate le “città ribelli” che erano sfuggite al potere della città (Todi, Cetona, Sarteano, Chianciano, Pian Castagnaio, Abbadia S. Salvadore.).
Si cercò di salvare gli orfani dai maltrattamenti di tutori sconsiderati dando agli anterioni il compito di stabilire, rione per rione, la lista degli orfani che non avevano ricevuto un tutore da un testamento o da una sentenza del capitano del popolo.
Un altro problema da risolvere era il ripopolamento della città. Si cercò di abbattere le barriere psi-cologiche che rendevano difficile la vita agli stranieri sia da un punto di vista economico che di ac-coglienza e a chiunque si fosse trasferito nel contado con la propria famiglia vennero dati notevoli vantaggi fiscali. Soprattutto si cercava di attrarre in città i mercanti stranieri, portatori di ricchezze, fornendo loro casa e bottega. Anche per rendere Orvieto più bella e farla sembrare meno una massa di rovine venne emanata quella legge che impediva la distruzione degli edifici della quale si era precedentemente parlato, così da attrarre maggiormente i mercanti.
Lentamente e non senza difficoltà il comune ritornò al suo splendore.
Tale ricerca è stata decisamente impegnativa, ma si può sicuramente affermare che ha dato risultati soddisfacenti, facendoci anche capire meglio il vero valore della storia ed il procedimento che usa lo studioso per arrivare a scrivere una pagina di “antiche cronache locali”, cercando di ricostruire un evento, oltre che dal punto di vista più strettamente storico-cronologico, anche nelle sue componenti sociologiche e psicologiche.

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