Settembre, andiamo. E' tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
Lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendon all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natia
rimanga ne' cuori esuli a conforto,
cche lungo illuda la lorsete in via.
Rinnovato hanno verga d' avellano
E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiuume silente,
su le vestigia degli antiche padri.
O voce di colui che primamente
Conosce il tremolar della marina!
Ora lungh'esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutameno è l'aria.
Il sole imbionda sì la via lana
Che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciaquìo,calpestìo, dolci rumori.
Ah perché non son io co' miei pastori?
Nella poesia il poeta si rivolge direttamete al mese di settembre personificato,e
dichiara la sua decisione di partire, di porre fine alla lunga vacanza estiva.
Il suo pensiero torna allora ai luoghi dell'infanzia, all'Abruzzo selvaggio
e pastorale. Il poeta ricorda i pastori della sua terra, ne rievoca le migrazioni
stagionali ed esprime il desiderio di essere con loro.E' la nostalgia di una
primitività e spontaneità che ora pare qualcosa da riconquistare,
o forse di irrimediabilmente perduto.D'Annunzio qui è affascinato soprattutto
dalla ritualità e dall'arcaicità dei gesti dei pastori, che ogni
anno, all'avvicinarsi della cattiva stagione, lasciano i pascoli di montagna
per tornare verso il mare: è la transumanza.
Il discorso pronunciato nel teatro di Barga il 26 novembre 1911, in onore dei
morti e feriti in Libia: "La grande Proletaria si è mossa."
Il discorso è una delle ultime e fondamentali prese di posizione pubbliche
di Pascoli e vi coprono idee-miti di grande efficacia persuasiva.
La grande Proletaria si è mossa.
Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in Patria erano troppi e dovevano
lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi,
a forare monti, ad alzare terrapieni, a gettare moli, a scavar carbone, a scentar
selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare
officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che
è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più
umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell'inaccessibile,
a costruire città dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti,
vigneti dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada.
Il mondo li aveva presi a opra i lavoratori d'Italia; e più ne aveva
bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava.
Diceva: Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos!
Erano diventati un po' come i negri, in America, questi connazionali di colui
che la scoprì; e come i negri, ogni tanto erano messi fuori della legge
e dell' umanità, e si linciavano.
Lontani o vicini alla loro Patria, alla Patria loro nobilissima su tutte le
altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti
civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti,
i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori,
inventori del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette
a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più d'Italia.
Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Sì, come Dante, a dir
Terra, come Colombo, a dir Avanti!, come Garibaldi.
Si diceva: "Dante? Ma voi siete un popolo d'analfabeti! Colombo? Ma la
vostra è l'onorata società della camorra e della mano nera! Garibaldi?
Ma il vostro esercito s'è fatto vincere e annientare da Africani scalzi!
Viva Menelik!".
I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati, o, appunto,
ricordati come miracoli, di fortuna e d'astuzia. Non erano più i vincitori
di San Martino e di Calatafimi, Gl'Italiani: erano i vinti di Abba-Garima. Non
avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola:
non sapevano manovrare che il coltello.
Così queste opre tornavano in Patria poveri come prima e peggio contenti
di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità.
Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata
dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole
isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande;una
vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole
d'acque e di messi, e verdeggiante d'alberi e giardini; e ora, da un pezzo,
per l'inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un
deserto.
Là i lavoratori saranno, non l'opre, mal pagate mal pregiate mal nomate,
degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori
sul suo, sul terreno della Patria; non dovranno, il nome della Patria, a forza,
abituarlo, ma apriranno vie, colteranno terre, deriveranno acque, costruiranno
case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall'immenso palpito del
mare nostro il nostro tricolore.
E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo;e non saranno
espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo
fallo d'un di loro, traccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci.
Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi
e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa,
con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in Patria, a ogni
tratto le vestigia dei grandi antenati.
Anche là è Roma.
E Rumi saranno chiamati. Il che sia augurio buono e promessa certa. Sì:
Romani. Sì: fare e soffrire da forti. E sopra tutto ai popoli che non
usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante
la guerra, la pace.
"Ma che?" Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo
la sua meraviglia. "La Nazione proletaria, la nostra fornitrice di braccia
a prezzi ridotti, non aveva se non il piccone, la vanga e la carriola. Queste
le sue arti, queste le armi sue: le armi, per lo meno, che sole sa maneggiare,
oltre il coltello col quale partisce il pane e si fa ragione sulle risse. Si
diceva bensì che era una potenza; e in vero aveva avuto un cotal risveglio
che ella chiama Risorgimento. Qual Risorgimento? Dalla vittoria d'un benefico
popolo alleato aveva ottenuto Milano, da quella d'un altro, Venezia. In un momento
che questi due alleati si battevano fieramente tra loro, ella aveva ghermito
Roma. Così la nazione era risorta. E risorta, volendo dar prova di sé,
era stata vinta da popoli neri e semineri. E ora
".
Ecco quel che è accaduto or ora e accade ora.
Ora l'Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant'anni ch'ella
rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte
all'umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata
e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli
volonterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli
augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza Èra
di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena,
pronta e rapida, umana e forte, per mare, per terra e per cielo.
Nessun'ltra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è
mai riuscta a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato
così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa
era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti
vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Berenike, o leptis magna (non hanno diritto
di porre il nome di quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete,
dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane!
Guardate in alto: vi sono anche le aquile!.
Un altro popolo ai nostri giorni si rivelò a un tratto così. Dopo
non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo
in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi
cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga delle trincee, e il tuo invisibile
spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati
della nuova scienza e tutto il tuo antico eroismo; e coi suoi soldatini
O non sono chiamati soldatini anche i classiari e i legionari d'Italia? Non
ha li?italia nuova in questa sua prima grande guerra messo in opera tutti gli
ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto
le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha, a non grande distanza
dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è trincerata
inespugnabilmente, secondo l'arte militare dei progenitori, con fossa e vallo;
per avanzare poi sicura e irresistibile?
Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i
lavoratori che il mondo prendeva e prede a opra. Eccoli con la vanga in mano,
eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti per
tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni,
al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri
abbattono, al solito, grandi selve.
Ma non sono le grandi strade, che fanno, per altrui: essi aprono la via alla
marcia trionfale e redentrice d' Italia.
Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie. Stanno lì
sotto i rovesci d'acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone
d'amore e di ventura è spesso l'inno funebre che cantano a se stessi,
gli eroi ventenni. Che dico eroi? Proletari, lavoratori, contadini.
Il popolo che l'Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello,
al suo invito, al suo comando, è là. O cinquantenni del miracolo!
I contadini che spesso furono riluttanti e ripugnanti, i contadini che anche
lontani dal Lombardo-Veneto chiamavano loro imperatore l'imperatore d' Austria,
e ciò quando l'imperio di Roma era nelle mani del Dittatore ultimo, i
contadini che Garibaldi non trovò mai nelle sue file
vedeteli!
È l'ora dell'insidia e del tradimento. La trincea è in qualche
punto sorpassata. I nostri sono fucilati al petto pugnalati a tergo. La rivoltella
in pugno, gli occhi schizzanti fuoco, anelanti sui cavalli sferzati e spronati
a sangue, vengono
i contadini italiani. In tre mnuti i cavalli sono staccati,
gli affusti tolti, i cannoni appostati; e la tempesta di ferro e fuoco tuona
formidabilmente.
Quale e quanta trasformazione! Giova ripeterlo. Cinquant'anni fa l'Italia non
aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva
coscienza di sé, non aveva ricordo del passato, non aveva , non dico
speranza, ma desiderio dell'avvenire. In cinquant'anni è parso che altro
non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far
sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce
e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.
Ebbene, in cinquant'anni l'Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, immoralmente,
il suo destino.
Chi vuol conoscere quale ora elle è, guardi la sua armata e il suo esercito.
Li guardi ora in azione. Terra, mare e cielo, alpi e pianura, penisola e isole,
settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino
combatte vicino al bruno e snello siciliano, l'alto granatiere lombardo s'affratella
col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare
ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine?),
gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie
coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e d'Ancona, di Livorno di Viareggio
di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro
luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa
che appunto era, tempo fa, una espressione geografica.
E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v'è,
o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra,
a chi prima muore. A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà
e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l'artigiano
e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.
Non si chiami, questa, retorica. In vero né là esistono classi
né qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è.
La classe che non è per un minuto solo composta dei medesimi elementi,
la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può
uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un'altra classe.
Poeta vagabondo, avido di esperienze, eccitato di colori.
Ebbe varie definizioni tra cui poeta simbolista ( il <<nostro Rimbaud>>),
poeta espressionista, poeta ermetico, poeta moderno e sperimentale. La sua vita
è contraddistinta da numerosi viaggi, in particolare in America latina
(Buenos Aires, Montevideo, Mendoza, Rosario) e dal gusto per l'avventura e il
nomadismo. Le sue opere hanno come tema centrale i viaggi, la più famosa
di queste è "Viaggio a Montevideo". Anche nei "Canti orfici"
il tema predominante è sempre il viaggio. I due testi hanno come fondamento
il tema delle esperienze vissute durante i suoi spostamenti, in entrambi si
ha come punto di partenza una situazione di crisi interiore e di alienazione
(situazioni realmente vissute dall'autore).
In "Viaggio a Montevideo" sono presenti riferimenti diretti alla realtà
sociale dell'emigrazione, immagini di gente estranea che si muove in un mondo
diverso. Nel secondo invece sono messi in mostra molte immagini visive, sottratte
alle dimensioni normali di luogo e di tempo, per dare la melodizzazione del
visivo e la visualizzazione del musicale. Questi procedimenti hanno l'effetto
di nascondere le lacerazioni e raggiungere momenti di superiore unificazione.
Nel viaggio a Montevideo vedendo svanire i monti di Gibilterra era come vedere
lo svanire di una melodia, gli uccelli passavano diretti verso la parte del
cielo ormai buia, portandosi dietro il cuore degli emigranti e la loro nostalgia.
Navigarono per molti giorni, incrociando altre navi mosse dal vento equatoriale
fino ad arrivare all'Uruguay.
Da questo momento il protagonista si addentra nell'entroterra fino ad arrivare
a Montevideo, meta del su viaggio.
Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D' ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell'ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d'oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l'ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un'isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell'equatore: finchè
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolio di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l'inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! Ed ecco: selvaggia a la fine di un giorno
che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune
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