Panorama storico

Sono molti i popoli che, nel corso della loro storia, si sono spostati dalla propria regione d'origine per approdare ad altre aree. Le emigrazioni furono frequenti fin dall'età protostorica e continuarono nelle epoche successive. Nel medioevo, gli abitanti dell'Asia centrale si spostarono in massa verso l'ovest europeo e il sud cinese, a causa dei mutamenti climatici che portarono a un progressivo inaridimento delle loro terre.
I flussi migratori che ancora oggi influenzano direttamente l'assetto del mondo iniziarono nell'età moderna e furono determinati da cause economiche, politiche o religiose. Il fenomeno raggiunse dimensioni particolarmente macroscopiche in America. Fra il XVI e XVIII secolo si diressero verso il Nuovo Mondo milioni di europei. Accanto a questo flusso spontaneo fu perpetrato l'esodo forzato di altri milioni di Negri, trasportati a bordo delle navi schiaviste dalle coste dell'Africa occidentale verso le piantagioni delle Antille, degli Stati Uniti sud-orientali e del Brasile.
La penetrazioni europea interessò anche, seppure in misura più limitata, l'Australia, mentre Asia e Africa opposero maggiori resistenze ad accogliere gruppi consistenti di colonizzatori bianchi, la prima per la presenza di società autoctone forti e organizzate, la seconda per difficili condizioni climatiche. Da questo punto di vista è significativa l'eccezione del Sud Africa, dotato di clima mediterraneo dove si stabilirono in ondate successive Olandesi, Ugonotti francesi, Inglesi, Indiani e altre popolazioni provenienti dall'Asia meridionale.
Il continente americano continuò a essere la meta preferita dell'emigrazione europea anche durante il 1800 e la prima metà del 1900.

Il processo migratorio in Sudamerica si è svolto in diverse fasi. Nei primi decenni dell'ottocento aveva riguardato gruppi limitati di persone che emigravano per affari; dal 1820 si trattò più che altro di un'emigrazione politica, intensificatasi dopo il 1848. Una caratteristica di questo tipo d'emigrazione fu la partecipazione degli esuli alla vita civile del Sudamerica, in difesa dell'indipendenza e della libertà dei popoli che li accoglievano.
La seconda fase, iniziata nel 1870 e terminata vent'anni dopo, è stata definita "nord-occidentale" per la prevalenza di emigranti provenienti dall'Italia settentrionale. Dal 1890 al 1920, infine, vi fu una prevalenza di meridionali.
L'emigrazione che ebbe inizio nel 1870 è legata ai processi di trasformazione nelle campagne. Si discute se questa ondata emigratoria fu causata più da fattori interni, cioè da un processo di espulsione dall'Italia di masse incapaci ormai di trovarvi le condizioni elementari di sopravvivenza, o da fattori esterni, cioè da un processo di attrazione da parte della "Merica" (così veniva chiamata l'America dagli emigranti nelle loro lettere) su persone in cerca di migliori condizioni di vita.
E' certo che in quei decenni queste condizioni peggiorarono e sarebbero peggiorate ancora se la pressione demografica non avesse trovato sfogo nell'emigrazione. Non si può nemmeno escludere che tra le motivazioni ci sia la volontà di tentare fortuna, sull'esempio di compaesani, sia che l'avessero già trovata, sia che la immaginassero, nel Sudamerica, vicina o almeno possibile.
Il calcolo della ricchezza che gli emigrati apportarono all'Italia con le loro rimesse non deve comunque far dimenticare come fu difficile e faticoso, per la grande maggioranza, risparmiare e accumulare qualcosa. La ragione di fondo della fuga dall'Italia rimane, tuttavia, quella che Edmondo De Amicis raccolse nella voce di un emigrante:"Di peggio di come stavo non mi può capitare. Tutt'al più mi toccherà di far la fame laggiù come la pativo a casa".
In Argentina l'immigrazione italiana fu più scelta che in Brasile. Il deputato radicale Pantomo affermò alla Camera nel 1896 che le sue condizioni, sia morali che materiali erano migliori che in Brasile, seppur gravi: i lavori più umili erano ricoperti dagli italiani che accettavano, di fronte agli altri emigranti, questo stato di inferiorità. Ma questo rischiava di diventare un luogo comune. Lo ritenevano falso, nel 1910, Cittadini e De Duca, osservatori della realtà argentina, affermando che gli italiani all'estero non erano soltanto accoltellatori, suonatori d'organetto o lustrascarpe, come era invece opinione comune. E già nel 1896 il pubblicista Scardin ricordava che chi nasceva povero in Europa moriva povero, al contrario del Sudamerica dove un povero aveva a disposizione molte occasioni per risollevarsi dalla propria misera situazione.
Anche dopo il 1870, all'epoca di un'immigrazione di massa proveniente dalle campagne, gli italiani diedero all'Argentina medici, scienziati e imprenditori oltre a molti contadini diventati poi commercianti. E' anche vero però che per la maggior parte degli italiani l'ascesa sociale avvenne con i discendenti argentini.
Gli immigrati nel Sudamerica, come in altri continenti, cercarono di mantenere stretti rapporti con la patria d'origine, sia mediante lettere, sia con associazioni e giornali, che servirono a creare delle isole di italianità. Un esempio significativo è costituito dalla città di Buenos Aires, in cui, nel 1895, su 663.864 abitanti ben 181.361 erano italiani, la maggior parte raccolti nel quartiere di Boca. La popolazione era povera, ma gli italiani rivestivano le posizioni migliori, costituendo l'80% dei commercianti e il 70% degli impiegati.
Ma quale fu la reazione degli argentini, dei creoli o degli immigrati spagnoli di fronte ad una vera e propria invasione? Nel 1899 il medico e sociologo Ramos Mejìa espresse la preoccupazione della classe dirigente riguardo agli immigrati (che egli considerava in maggioranza italiani) ormai dappertutto.
La cosa più preoccupante era che da questa massa stava emergendo, sia pur lentamente e faticosamente, una élite. Secondo Mejìa, per evitare che la loro ascesa divenisse temibile era necessario l'intervento della cultura nazionale argentina. Nel 1913, poi, un altro esponente della classe dirigente argentina, Rodriguez Larreta, rendendosi conto che la prima generazione dei figli degli immigrati, grazie al loro numero e alle loro capacità, avrebbe potuto costituire la futura classe dirigente, espresse analoghe preoccupazioni e la necessità di non accelerare questo fenomeno.
La necessità di adottare misure repressive trovò fermi sostenitori fra la borghesia argentina, minacciata dalle idee degli immigrati anarchici e socialisti. Nel 1902-1910 furono approvate leggi repressive e in quest'occasione gli immigrati trovarono il sostegno di una parte del parlamento italiano.
Un'altra ragione dei tentativi argentini di limitare le possibilità di affermazione degli immigrati era data dal fatto che nella comunità italiana si andavano diffondendo idee nazionalistiche, non solo come risposta alla politica aggressiva dell'Argentina, ma dotate esse stesse di una certa aggressività. Ciò che dava più fastidio agli argentini era la pretesa circolante in certi ambienti italiani di essere portatori di una cultura superiore. Un esempio di questi atteggiamenti è il decalogo che nel 1910 Ferdinando Martini pubblicò su La Patria degli Italiani (il maggior giornale di Buenos Aires in lingua italiana), decalogo in cui si esortavano gli immigrati italiani a far valere le proprie origini.
Ma proprio nel 1910 Roque Saenz Peña, dopo essere stato eletto presidente della repubblica argentina, approvò una legge che concedeva il suffragio segreto e universale, permettendo così anche agli immigrati di influire sulle scelte politiche del paese. In questo modo l'assimilazione fu facilitata e, nonostante rimasero vive a lungo tradizioni italiane, la patria cominciò a essere l'Argentina, anche perché la nuova generazione conosceva la propria patria d'origine soltanto dai racconti dei padri.
Gli immigrati nel Sudamerica, come in altri continenti, cercarono di posizioni migliori, costituendo l'80% dei commercianti e il 70% degli impiegati.
Verso il 1920 terminò la grande ondata emigratoria verso il Sudamerica, nonostante la fuga degli antifascisti dopo il 1920 e quella dei fascisti dopo il 1945.
Attorno alla metà del sec scorso salpò alla volta degli Stati Uniti buona parte della popolazione irlandese a causa delle ricorrenti crisi agricole.
Nei decenni successivi e per motivi analoghi si spostarono altri milioni di Tedeschi, Polacchi, Russi e Italiani. Questi ultimi in particolare si diressero sia verso il Nord America sia verso le regioni temperate del Sud America (Argentina), dove ancora oggi costituiscono ancora oggi per consistenza numerica il secondo gruppo etnico. Gli ultimi grandiosi spostamenti di popolazioni avvennero dopo la seconda guerra mondiale. Nel centro Europa milioni di Tedeschi, in ragione del cambiamento delle frontiere, si diressero verso Ovest. Quasi contemporaneamente in Medio Oriente il neonato Stato d'Israele da un lato attirò gli Ebrei della diaspora da tutto il mondo, dall'altro causò l'esodo di centinaia di migliaia di Palestinesi che da quasi mezzo sec. trovano ospitalità nei campi profughi dei vicini paesi arabi. Massicci spostamenti furono provocati in Asia dalla guerra civile cinese prima e da quelle del Vietnam e dell'Afghanistan poi.
In Africa sono state le lotte etniche, esplose dopo la fine della decolonizzazione, a provocare migrazioni spontanee o forzate di grandi dimensioni. L'Europa, da area di emigrazione prevalente è ridiventata meta di immigrati provenienti dal Terzo mondo e qui spinti da necessità economiche e da persecuzioni politiche. Contemporaneamente gli USA , non più punto d'arrivo di Europei, sono oggetto di un forte flusso, sovente clandestino e fortemente osteggiato dal governo, di Ispano-americani e di Asiatici, in particolare di Indocinesi e di filippini. I nuovi arrivati si adattano a svolgere lavori più umili, sovente sottopagati.


EMIGRAZIONE

L'Italia, paese di emigrazione
"Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar…" Imploravano una volta i giovanotti meridionali sull'aire di una canzone allora molto in voga.
Siamo negli ultimi due decenni del secolo scorso, per la gente del sud italiano, l'America assunse un significato particolare: rappresentava un sogno.
Moltissimi italiani inseguirono questo sogno, convinti che sarebbe stato molto facile realizzarlo.
In quegli anni ci fu un grande esodo dalle regioni meridionali della nostra penisola. Come un contagio, la voglia di migrare colpì un po' tutti, uomini e donne, grandi e piccini.
Intere popolazioni inseguendo questo sogno lasciarono i loro villaggi per affrontare la grand'avventura.
Gente che non si era mai allontanata, se non di pochi chilometri, dal campanile del paese, affrontò gli oceani per raggiungere la terra sognata.
L'America sognata non era il continente americano bensì gli Stati Uniti, o meglio ancora, New York e dintorni.
Infatti, la stragrande maggioranza dei 4-5 milioni di meridionali che varcarono l'Atlantico a partire dal 1880 si fermò nella nascente metropoli Americana e vi si stabilì definitivamente.
Salvo naturalmente quelli che preferirono rientrare in patria appena messo da parte il gruzzolo necessario per acquistare la casa e il podere. Nel giro di pochi anni New York diventò "la città italiana" più popolosa dopo Napoli: contava, infatti, circa 600mila abitanti.
Questa massa enorme di nuovi arrivati non mancò di creare problemi gravissimi.; se in fatti la città aveva gran bisogno di braccia a buon mercato per scavare tunnel o per elevare grattacieli, nel frattempo non era assolutamente attrezzata per accogliere i nuovi ospiti.
Di conseguenza il primo impatto dei nostri emigranti con la terra sognata fu molto duro.
Completamente impreparati ad affrontare il nuovo ambiente, resi ciechi, sordi e muti dall'incapacità di esprimersi in Inglese, i nuovi arrivati si trovarono subito alla mercé di connazionali senza scrupoli che specularono sulla loro pelle truffandoli vergognosamente, ora "affittandoli" a questa o a quell'impresa edile per malpagati lavori
(pick and shovel = picco e pala).
L'impossibilità di comunicare con gli altri li costrinse anche a raggrupparsi fra loro fino a dare vita a dei ghetti dalle condizioni indescrivibili. Il quartiere si trasformò in un formicaio dove la miseria, la delinquenza, l'ignoranza e la sporcizia erano gli elementi dominanti.
Il commediografo Giuseppe Giacosa, che vi abitò nel 1898 ha scritto:
"È impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l'umidità fetente, l'ingombro, il disordine di quella zona".
Questo era l'ambiente in cui centinaia di migliaia di nostri connazionali si erano trasferiti inseguendo il sogno di far fortuna. Un formicaio in continuo movimento, questa era la sognata America che veniva incontro ai nostri emigranti appena sbarcati o appena rilasciati dai Lager d'Ellis Island dove erano internati prima di ricevere il permesso ufficiale d'ingresso nel Paese.
Questi immigrati venivano dimenticati dal loro governo, snobbati dagli aristocratici diplomatici che quasi si vergognavano di rappresentarli.
Così finirono ben presto per ritrovarsi, come al Paese d'origine, alla mercé degli speculatori e dei malviventi, che si rifugiarono in ghetti. Essi approdarono tranquillamente in America grazie alla facilità con cui i governi liberali italiani distribuivano i passaporti per liberarsi di questi delinquenti.
Ciò rappresenta un grosso problema per la polizia americana, incapace di comprendere la lingua e gli usi dei nuovi ospiti, si limitò da parte sua a circondare simbolicamente i ghetti con un cordone sanitario.
Lasciò dunque liberi i pochi malviventi italiani di taglieggiare la moltitudine onesta e pacifica dei loro connazionali.
Per giunta, gli emigranti italiani trovarono in America un ambiente decisamente ostile.
Furono subito "gratificati" con ogni sorta di nomignoli dispregiativi. In questo clima, gli italiani spesso furono costretti a subire le prepotenze di gangsters irlandesi o ebrei che agivano sotto lo sguardo sornione di poliziotti che erano pure irlandesi o ebrei.
Vale la pena sottolineare che per i nostri immigrati l'America di quegli anni era popolata "soltanto" da Irlandesi ed Ebrei. A "Little Italy" si usava dire dell'America: "gli italiani l'hanno scoperta, gli irlandesi la governano e gli ebrei la comandano.
In realtà a governare ed a comandare l'America erano i Wasp, i Bianchi Anglosassoni protestanti, ma questo gli italiani non lo sapevano e dovevano fare i conti col poliziotto, il gangster ebreo o irlandese: questa era la loro America.
È risaputo che la mafia americana nacque in questi ghetti, inserendosi abilmente nel vuoto lasciato dall'assenza delle leggi e da chi avrebbe dovuto farle rispettare.
Fu proprio l'apparizione, spesso clamorosa di questi focolai di malvivenza italiana ad accrescere la diffidenza e l'ostilità degli americani verso i nuovi venuti. Proprio in questo periodo si diffuse per l'America l'immagine dell'americano suonatore d'organetto, piccolo, bruno, di razza incerta, dedito ai lavori più umili e sempre pronto ad impugnare il coltello.
Ancora negli anni precedenti la prima guerra mondiale gli immigrati italiani venivano suddivisi in NORTHITALIAN e SOUTHITALIAN, quest'ultimi venivano classificati tra i non bianchi e trattati di conseguenza.
Questa diversità d'immagine fra italiani del nord e quelli del sud ha delle giustificazioni storiche.
Fino al 1876, per esempi, l'85% dell'emigrazione italiana complessiva era data dall'Italia del nord.
In questi tempi il termine "Rachet" aveva ancora il suo significato originale di racchetta (assumerà poi il suo attuale significato per assonanza con il termine italiano "ricatto" pronunciato alla siciliana).
Il nome Italia revocava nella mente degli italiani soltanto immagini positive: arte, bellezza, Michelangelo, Giuseppe Verdi e Giuseppe Garibaldi…
Quando la corrente emigratoria degl'italiani del sud si trasformò in una vera e propria ondata ci fu un periodo di maggiore intensità dell'immigrazione italiana negli Stati Uniti fra il 1914, circa 3.400.000 varcarono l'Oceano.
Alcune cifre significative: Nel 1907 gli Stati Uniti vengono scelti come meta dal 6,1% degli emigranti veneti, dal 11% dei Lombardi, dal 78% dei napoletani e dal 75% dei siciliani.