Pensieri

Di Arianna Galati

Guardo fuori. Non c'è un bel cielo, anzi è grigio, inacidito dallo smog.
Allungo una mano tra il metallo delle sbarre, come a toccare l'umido e il freddo, e tiro una boccata di tramontana ghiacciata.
Il carcere non è granché, e soprattutto in inverno.
È freddo e hai l'impressione di sentirti sempre perseguitato dal tuo reato, da quella storiella per cui una sera ad un tratto la polizia è arrivata a casa tua e i tuoi polsi sono stati serrati nell'acciaio gelato delle manette.
Eppure glielo avevo detto. Continuava a rompermi i coglioni con quella storia, e quando arrivi alla dead line basta poco a superarla. Quando sei sulla dead line anche lo sfioramento più insignificante diventa pericoloso. Non voleva capire.
Forse vi chiederete perché ne sto parlando al passato. Beh, perché è morto!
L'ho ammazzato io. Ammazzare è un verbo trucido, con quelle due emme che suonano nel naso e la lingua che con la doppia zeta coccia violenta contro i denti.
Se devo parlare di quello che ho fatto, preferisco ammazzare ad uccidere. Ci sono un'infinità di verbi che suonano meglio di uccidere: c'è ammazzare e l'ho descritto sopra, c'è assassinare e il suo sibilo perverso, ci sono fare fuori ed eliminare che però sono metafisici, sottintendono proprio la sparizione totale del corpo della vittima. E poi ci sono trucidare e massacrare, che però sono proprio barbari, mi pare di parlare di animali.
Ammazzare va meglio.
Io l'ho ammazzato perché non lo sopportavo più. Non puoi tollerare che il tuo migliore amico dica delle cose inconcepibili.
Eravamo a casa sua. Stavamo guardando un film, mi pare una di quelle supercavolate americane zeppe di luoghi comuni. Mi ha chiesto che pensavo del suicidio.
Che significa voler morire così giovani quando hai un botto di soldi, tuo padre ti ha comprato la macchina nuova e a scuola sei fra i più bravi?
Sembrava proprio il copione di un film.
Allora lui mi ha detto che la vita gli faceva schifo, non aveva più stimoli per andare avanti. Ho preso il telecomando e gliel'ho tirato sulla fronte, stavo scherzando naturalmente. Lui si è incazzato, ha detto che dovevo sempre fare l'idiota. Io gli ho detto che i suoi discorsi mi mettevano ansia, mai una volta che dicesse qualcosa di divertente, l'importante era morire, che mi aveva rotto con quelle crisi esistenziali da Kurt Cobain del duemila. Lui mi ha mandato a farmi fottere.
Non so, mi si è chiusa la vena. Avete presente la giugulare, quella vena che sta vicino alla gola e porta il sangue dal cervello al cuore? È stato come se si fosse improvvisamente ostruita.
Ho sentito una quantità enorme di sangue coagularsi in un grumo pulsante all'altezza del collo, spingere per provare a passare, per ritornare giù al miocardio e riprendere la corsa nel circuito circolatorio. Solo che i nervi erano tesi, li sentivo frustare sui muscoli, si sono contratti attorno alle vene, hanno stretto talmente forte che ero in iperossigenazione cerebrale.
Camera sua, cassetto del comodino. La pistola con cui aveva già evidentemente progettato di morire.
Il resto ve lo lascio immaginare. Gli ho sparato, un colpo secco, la pistola aveva un silenziatore efficace, tanto che nessuno si è accorto di niente, nessuno è venuto a reclamare, nessun cane ha abbaiato (sempre perché in ogni film poliziesco che vedi c'è un povero scemo di cane che si sgola per dare l'allarme, ma a nessuno frega mai niente di quella bestia).
È cascato per terra, una macchia rosso scuro ha cominciato ad allargarsi sul maglione. L'ho preso in piene budella e ho continuato a premere il grilletto alla cieca per non farlo più soffrire, finché non era talmente crivellato di buchi che sembrava uno dei figurini del tirassegno.
Tre sere dopo ho sentito un rumore sordo sulla porta della mia camera. Stavo finendo di studiare biologia, Darwin e la selezione naturale e artificiale, quella roba lì. Mi piaceva, cercavo di organizzare il materiale per l'interrogazione del giorno dopo.
Mia madre urlava sconvolta. Il gatto era saltato dal mio letto e ora mi guardava con i suoi occhi enormi e verdi da sopra la mensola. Forse mi compativa.
Ho girato gli occhi verso il poliziotto che mi teneva immobile e gli ho sorriso. Lui era impassibile.
Processo, condanna a quindici anni poi ridotta a dodici, accusa di omicidio intenzionale… non mi importa molto, adesso. So che è un anno che sto qui e non riesco ad abituarmi a certi pensieri.
Ci penso, ogni tanto, a quella sera. Specialmente in giorni come questo, quando l'aria è fredda e il cielo ha la precisa intenzione di cascarti tutto addosso. Passo le mani calde sulla superficie del muro, sfioro i buchi dell'intonaco. Le piccole cose, come una carezza ad un muro, hanno un gran valore, qui dentro.
Penso a quello che potrei fare se non fossi qui. Mi prende una specie di malinconia quando vedo i giorni di sole e io sono abbandonata sulla branda. Per fortuna leggo molto, mia madre quando viene a trovarmi mi rifornisce di libri, da Dostoevskij a Maupassant, passando per gli italiani del Novecento. Mi faccio in carcere il programma dei miei compagni di classe.
A proposito, di loro non è venuto nessuno a trovarmi. Solo una volta mi è arrivata una lettera, che ho letto e subito cestinato. Era piena di "noi ti vogliamo ancora bene" quando in realtà non gliene è mai fregato niente di me. Sono contenti che io stia qui dentro e che possono godersi quelle giornate di cielo azzurro smalto, e io invece vedo solo il muro grigiastro della cella.
L'altro giorno guardavo fuori ed ho visto un ragazzo costeggiare il confine del carcere. Faceva jogging. L'ho visto salutare il secondino alla porta e guardare la facciata del palazzo con un'aria triste. Almeno mi è sembrato, non puoi mai sapere che vedi da trenta metri di distanza in linea d'aria.
Passa la guardia a dire che è ora di cena. Le mie compagne di cella in questo carcere femminile iniziano a sollevarsi dalle brande. Ormai si sta facendo buio.