Guardo fuori. Non c'è un bel cielo, anzi è grigio, inacidito
dallo smog.
Allungo una mano tra il metallo delle sbarre, come a toccare l'umido e il freddo,
e tiro una boccata di tramontana ghiacciata.
Il carcere non è granché, e soprattutto in inverno.
È freddo e hai l'impressione di sentirti sempre perseguitato dal tuo
reato, da quella storiella per cui una sera ad un tratto la polizia è
arrivata a casa tua e i tuoi polsi sono stati serrati nell'acciaio gelato delle
manette.
Eppure glielo avevo detto. Continuava a rompermi i coglioni con quella storia,
e quando arrivi alla dead line basta poco a superarla. Quando sei sulla dead
line anche lo sfioramento più insignificante diventa pericoloso. Non
voleva capire.
Forse vi chiederete perché ne sto parlando al passato. Beh, perché
è morto!
L'ho ammazzato io. Ammazzare è un verbo trucido, con quelle due emme
che suonano nel naso e la lingua che con la doppia zeta coccia violenta contro
i denti.
Se devo parlare di quello che ho fatto, preferisco ammazzare ad uccidere. Ci
sono un'infinità di verbi che suonano meglio di uccidere: c'è
ammazzare e l'ho descritto sopra, c'è assassinare e il suo sibilo perverso,
ci sono fare fuori ed eliminare che però sono metafisici, sottintendono
proprio la sparizione totale del corpo della vittima. E poi ci sono trucidare
e massacrare, che però sono proprio barbari, mi pare di parlare di animali.
Ammazzare va meglio.
Io l'ho ammazzato perché non lo sopportavo più. Non puoi tollerare
che il tuo migliore amico dica delle cose inconcepibili.
Eravamo a casa sua. Stavamo guardando un film, mi pare una di quelle supercavolate
americane zeppe di luoghi comuni. Mi ha chiesto che pensavo del suicidio.
Che significa voler morire così giovani quando hai un botto di soldi,
tuo padre ti ha comprato la macchina nuova e a scuola sei fra i più bravi?
Sembrava proprio il copione di un film.
Allora lui mi ha detto che la vita gli faceva schifo, non aveva più stimoli
per andare avanti. Ho preso il telecomando e gliel'ho tirato sulla fronte, stavo
scherzando naturalmente. Lui si è incazzato, ha detto che dovevo sempre
fare l'idiota. Io gli ho detto che i suoi discorsi mi mettevano ansia, mai una
volta che dicesse qualcosa di divertente, l'importante era morire, che mi aveva
rotto con quelle crisi esistenziali da Kurt Cobain del duemila. Lui mi ha mandato
a farmi fottere.
Non so, mi si è chiusa la vena. Avete presente la giugulare, quella vena
che sta vicino alla gola e porta il sangue dal cervello al cuore? È stato
come se si fosse improvvisamente ostruita.
Ho sentito una quantità enorme di sangue coagularsi in un grumo pulsante
all'altezza del collo, spingere per provare a passare, per ritornare giù
al miocardio e riprendere la corsa nel circuito circolatorio. Solo che i nervi
erano tesi, li sentivo frustare sui muscoli, si sono contratti attorno alle
vene, hanno stretto talmente forte che ero in iperossigenazione cerebrale.
Camera sua, cassetto del comodino. La pistola con cui aveva già evidentemente
progettato di morire.
Il resto ve lo lascio immaginare. Gli ho sparato, un colpo secco, la pistola
aveva un silenziatore efficace, tanto che nessuno si è accorto di niente,
nessuno è venuto a reclamare, nessun cane ha abbaiato (sempre perché
in ogni film poliziesco che vedi c'è un povero scemo di cane che si sgola
per dare l'allarme, ma a nessuno frega mai niente di quella bestia).
È cascato per terra, una macchia rosso scuro ha cominciato ad allargarsi
sul maglione. L'ho preso in piene budella e ho continuato a premere il grilletto
alla cieca per non farlo più soffrire, finché non era talmente
crivellato di buchi che sembrava uno dei figurini del tirassegno.
Tre sere dopo ho sentito un rumore sordo sulla porta della mia camera. Stavo
finendo di studiare biologia, Darwin e la selezione naturale e artificiale,
quella roba lì. Mi piaceva, cercavo di organizzare il materiale per l'interrogazione
del giorno dopo.
Mia madre urlava sconvolta. Il gatto era saltato dal mio letto e ora mi guardava
con i suoi occhi enormi e verdi da sopra la mensola. Forse mi compativa.
Ho girato gli occhi verso il poliziotto che mi teneva immobile e gli ho sorriso.
Lui era impassibile.
Processo, condanna a quindici anni poi ridotta a dodici, accusa di omicidio
intenzionale
non mi importa molto, adesso. So che è un anno che
sto qui e non riesco ad abituarmi a certi pensieri.
Ci penso, ogni tanto, a quella sera. Specialmente in giorni come questo, quando
l'aria è fredda e il cielo ha la precisa intenzione di cascarti tutto
addosso. Passo le mani calde sulla superficie del muro, sfioro i buchi dell'intonaco.
Le piccole cose, come una carezza ad un muro, hanno un gran valore, qui dentro.
Penso a quello che potrei fare se non fossi qui. Mi prende una specie di malinconia
quando vedo i giorni di sole e io sono abbandonata sulla branda. Per fortuna
leggo molto, mia madre quando viene a trovarmi mi rifornisce di libri, da Dostoevskij
a Maupassant, passando per gli italiani del Novecento. Mi faccio in carcere
il programma dei miei compagni di classe.
A proposito, di loro non è venuto nessuno a trovarmi. Solo una volta
mi è arrivata una lettera, che ho letto e subito cestinato. Era piena
di "noi ti vogliamo ancora bene" quando in realtà non gliene
è mai fregato niente di me. Sono contenti che io stia qui dentro e che
possono godersi quelle giornate di cielo azzurro smalto, e io invece vedo solo
il muro grigiastro della cella.
L'altro giorno guardavo fuori ed ho visto un ragazzo costeggiare il confine
del carcere. Faceva jogging. L'ho visto salutare il secondino alla porta e guardare
la facciata del palazzo con un'aria triste. Almeno mi è sembrato, non
puoi mai sapere che vedi da trenta metri di distanza in linea d'aria.
Passa la guardia a dire che è ora di cena. Le mie compagne di cella in
questo carcere femminile iniziano a sollevarsi dalle brande. Ormai si sta facendo
buio.