INTRODUZIONE

La zona dell’orvietano è, dal punto di vista geologico, caratterizzata da una forte presenza di materiale tufaceo, come del resto la stessa città di Orvieto.
Il tufo fin dall’antichità è il materiale da costruzione più impiegato nell’edilizia e tutt'oggi è ancora ampiamente diffuso, anche se le recenti ricerche scientifiche hanno evidenziato come tale materiale emetta un gas cancerogeno: il radon.
Pertanto, oltre agli inquinanti artificiali, direttamente connessi con l’attività dell’uomo, è necessario porre la dovuta attenzione anche a quelli naturali.
Lo scopo del lavoro che stiamo di seguito per presentarvi, è quello di analizzare il problema radon, per quanto concerne il territorio orvietano.
Il radon è quell’ elemento radioattivo che, unitamente ai suoi discendenti, risulta essere responsabile di buona parte della radiazione ionizzante presente in natura.
Chimicamente, il radon è un gas nobile, talvolta chiamato ancora con la vecchia denominazione "emanazione", che, a causa della sua alta volatilità e della sua inerzia chimica, una volta formatosi relativamente libero nelle rocce più profonde, si diffonde attraverso le fessure e le falde acquifere fino a disperdersi in aperta atmosfera.
Il suo isotopo più pericoloso per l’uomo è il Rn222, caratterizzato da un tempo di dimezzamento pari a 38,2 d (dies = giorni) e prodotto della 3a serie radioattiva (4n+2) o più precisamente famiglia dell’U238.
La sua presenza in natura dipende principalmente dalla concentrazione del Rd226 di cui è il diretto prodotto a seguito di un decadimento a.
La vita media molto lunga dei suoi capostipiti nella serie radioattiva (uranio e radio dispersi in piccole tracce un po’ ovunque nella crosta terrestre), fa sì che il Rn222, e i suoi prodotti di decadimento, siano presenti in maniera generalmente costante e, solitamente, in concentrazioni volumetriche trascurabili per la salute del genere umano.
Le prime indagini volte a valutare la percentuale di radon disperso nelle abitazioni orvietane sono di epoca pressoché recente, e svolte solo dopo alcune comunicazioni riguardanti il preoccupante aumento dei tumori polmonari nei minatori addetti all’estrazione dell’uranio. 
Sulla base delle ricerche relative alle percentuali di radon da noi svolte negli edifici della zona e dall’Istituto Superiore di Sanità sul territorio nazionale abbiamo rilevato che tali concentrazioni dipendono da molteplici fattori.
La quantità degli elementi radioattivi inquinanti, molto variabile in termini di tempo, è direttamente connessa con il contenuto di U238 presente nel suolo, con la topografia del territorio, con la tipologia di terreno, l’idrografia dell’area presa in esame, con i parametri climatici, con il ricambio di aria nelle abitazioni e, soprattutto, con il contenuto dei composti uraniferi, allorché questi siano presenti nei materiali da costruzione. 
Pur se la semplice misura della concentrazione di radon presente nelle abitazioni non sia sufficiente per una valutazione completa ed esatta del rischio, a causa del ruolo, talvolta predominante, di altri agenti concorrenti, possiamo affermare che, dai risultati dei rilevamenti eseguiti sinora, la percentuale di inquinante naturale Rn non ha mai superato la soglia per la quale si possano manifestare, sugli esseri umani, danni biologici evidenti.

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