All'udire che Giovanni Paolo II ha pubblicato una nuova enciclica dal titolo
Fides et ratio, coloro che non sono addentro ai problemi filosofici e teologici
si saranno chiesti: di che cosa si tratta? E se si tratta di una contesa tra
teologi e filosofi, a noi cosa interessa? Quelli invece - teologi e filosofi
- che sanno di che cosa si tratta, si saranno chiesti: valeva la pena tornare
su una vecchia questione già risolta dal Concilio Vaticano I e ormai
sorpassata? Si vive infatti in un tempo che non vuole sentir parlare di metafisica
e in cui ai cristiani, per nutrire la loro fede, basta la parola di Dio contenuta
nella Bibbia, senza bisogno di cercare labili puntelli razionali, di cui la
filosofia moderna ha dimostrato l'inconsistenza.
La questione del rapporto tra fede e ragione è certamente vecchia di
secoli ed è stata trattata ampiamente dal Concilio Vaticano I; ma è
ancora attuale, perché dal 1870 a oggi molte cose in campo teologico
e filosofico sono cambiate - in bene e in male -, e perciò il problema
del rapporto tra fede e ragione può essere utilmente ripreso, sia per
confermare quanto ha affermato il Vaticano I, sia per denunciare la pericolosa
deriva della ragione verso lo scetticismo e il nichilismo. C'è una "crisi
di fiducia nella ragione", estremamente pericolosa per la fede e di fronte
alla quale perciò la Chiesa non può tacere: non può cioè
non sforzarsi di riabilitare la ragione umana, difendendone la capacità
di giungere alla verità per la quale essa è fatta.
Certamente c'è un doppio ordine di conoscenza: quello della fede, che
si appoggia sulla testimonianza di Dio e si avvale dell'aiuto soprannaturale
della grazia, e quello della conoscenza filosofica, che si appoggia sull'esperienza
dei sensi e si muove alla luce del solo intelletto; ma la rivelazione di Dio
che si compie in Cristo s'inserisce nel tempo e nella storia, cosicché
"la storia diventa il luogo in cui possiamo constatare l'agire di Dio a
favore dell'umanità" (n.12); quindi "con la Rivelazione viene
offerta all'uomo la verità ultima sulla propria vita e sul destino della
storia". Perciò "al di fuori di questa prospettiva il mistero
dell'esistenza personale rimane un enigma insolubile". Ma la verità
offerta dalla Rivelazione divina è "carica di mistero" e, quindi,
può essere accettata soltanto con la fede, nella quale l'uomo dà
il suo assenso alla testimonianza di Dio che rivela, poiché Dio stesso
si fa garante della verità che rivela. È dunque accettando con
un atto libero di fede la Rivelazione che l'uomo arriva a comprendere il mistero
della sua esistenza. In conclusione, "la verità che la Rivelazione
ci fa conoscere non è il frutto maturo o il punto culminante di un pensiero
elaborato dalla ragione", ma è dono di Dio, che dev'essere "accolto
come espressione di amore", ed è "anticipo, posto nella storia,
di quella visione ultima e definitiva di Dio, che è riservata a quanti
credono in lui o lo ricercano con cuore sincero" (n.15).
Se c'è distinzione tra la conoscenza di fede e la conoscenza di ragione,
c'è tuttavia tra queste due conoscenze un legame profondo. Per tale motivo
"la ragione e la fede non possono essere separate senza che venga meno
per l'uomo la possibilità di conoscere in modo adeguato se stesso, il
mondo e Dio" (n.16). In realtà, con la sua ragione l'uomo, leggendo
il meraviglioso "libro della natura", può, con gli strumenti
propri della ragione umana, giungere alla conoscenza di Dio Creatore; ma quanto
essa raggiunge "acquista pieno significato solamente se il suo contenuto
viene posto in un orizzonte più ampio, quello della fede" (n.20).
C'è dunque nell'uomo una "capacità metafisica" (n.22).
Ma la ragione, e dunque la filosofia, deve riconoscere il suo limite, che è
rappresentato dal mistero della Croce: "Il vero punto nodale, che sfida
ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo. Qui, infatti,
ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a pura logica umana è
destinato al fallimento" (n.23). Perciò "la ragione non può
svuotare il mistero di amore che la Croce rappresenta, mentre la Croce può
dare alla ragione la risposta ultima che essa cerca. Non la sapienza delle parole,
ma la Parola della Sapienza è ciò che san Paolo pone come criterio
di verità e, insieme, di salvezza". In tal modo la filosofia è
"sfidata" ad accogliere nella "follia" della Croce la genuina
critica a quanti si illudono di possedere la verità, imbrigliandola nelle
secche del loro sistema. Il rapporto tra fede e filosofia trova nella predicazione
di Cristo crocifisso e risorto lo scoglio contro il quale può naufragare,
ma oltre il quale può sfociare nell'oceano della verità. Qui si
mostra evidente il confine tra la ragione e la fede, ma diventa anche chiaro
lo spazio in cui ambedue si possono incontrare.
Fede e ragione, incontrandosi, conducono l'uomo alla pienezza della verità.
Ma che ne è stato, storicamente, di tale incontro? Rispondendo a questa
domanda, il Papa traccia una breve storia dei rapporti tra la Rivelazione e
la filosofia greca. Anzitutto egli rileva che "i Padri accolsero in pieno
la ragione aperta all'assoluto e in essa innestarono la ricchezza proveniente
dalla Rivelazione [...]. Dinanzi alle filosofie, i Padri non ebbero tuttavia
timore di riconoscere tanto gli elementi comuni quanto le diversità che
esse presentavano rispetto alla Rivelazione" (n.41). Osserva, poi, che
nella filosofia scolastica "l'armonia fondamentale della conoscenza filosofica
e della conoscenza della fede è ancora una volta confermata: la fede
chiede che il suo oggetto venga compreso con l'aiuto della ragione [intellego
ut credam]; la ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario
ciò che la fede presenta [credo ut intellegam] (n.42).
A partire dal tardo Medioevo, la legittima distinzione tra fede e ragione, riconosciuta
da sant'Alberto Magno e da san Tommaso, "si trasformò progressivamente
in nefasta separazione" (n.45). In tal modo si giunse di fatto "a
una filosofia separata e assolutamente autonoma nei confronti dei contenuti
della fede" e ad "una conoscenza razionale separata dalla fede e alternativa
ad essa". D'altra parte, nella ricerca scientifica si è venuta imponendo
una mentalità positivistica che non soltanto si è allontanata
da ogni riferimento alla visione cristiana del mondo, ma ha anche, e soprattutto,
lasciato cadere ogni richiamo alla visione metafisica e morale. Come conseguenza
della crisi del razionalismo ha preso corpo, infine, il nichilismo. Il risultato
di tutto questo è stato l'impoverimento della ragione e della fede. "La
ragione, privata dell'apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali
che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata
della ragione, ha sottolineato il sentimento e l'esperienza, correndo il rischio
di non essere più una proposta universale" (n.48).
Di fronte a queste deviazioni del pensiero filosofico il Magistero ecclesiastico
"può e deve esercitare autoritativamente, alla luce della fede,
il proprio discernimento critico nei confronti delle filosofie e delle affermazioni
che si scontrano con la dottrina cristiana" (n.50). Anzitutto spetta ad
esso "indicare quali presupposti e conclusioni filosofiche sarebbero incompatibili
con la fede rivelata, formulando con ciò stesso le esigenze che si impongono
alla filosofia dal punto di vista della fede [...]. La Chiesa ha il dovere di
indicare ciò che in un sistema filosofico può risultare incompatibile
con la sua fede. Molti contenuti filosofici, infatti, quali i temi di Dio, dell'uomo,
della sua libertà e del suo agire etico, la chiamano in causa direttamente,
perché toccano la verità rivelata che essa custodisce". Così
facendo la Chiesa intende "provocare, promuovere e incoraggiare il pensiero
filosofico, [...] perché non si precluda la strada che conduce al riconoscimento
del mistero" (n.51).
Il rapporto che deve instaurarsi tra la teologia e la filosofia "sarà
all'insegna della circolarità". Per una migliore comprensione della
Parola, la teologia non potrà non giovarsi della filosofia; questa, a
sua volta, dall'incontro con la Parola di Dio "esce arricchita, perché
scopre insospettati orizzonti" (n.73). La fecondità di un simile
rapporto di circolarità è dimostrata dalla vicenda di tanti teologi
cristiani "che si segnalarono come grandi filosofi"
È dunque "auspicabile che teologi e filosofi si lascino guidare
dall'unica autorità della verità così che venga elaborata
una filosofia in consonanza con la parola di Dio. Questa filosofia sarà
il terreno d'incontro tra le culture e la fede cristiana, il luogo di intesa
tra credenti e non credenti" (n.79). Tale filosofia - che deve ritrovare
"la sua dimensione sapienziale di ricerca del senso ultimo e globale della
vita" (n. 81) - non può essere né radicalmente fenomenista
né relativista, ma dev'essere "di portata autenticamente metafisica,
capace cioè di trascendere i dati empirici, per giungere, nella sua ricerca
della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di fondante" (n.83);
quindi, capace di "compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente,
dal fenomeno al fondamento". In realtà, "la metafisica si pone
come mediazione privilegiata nella ricerca teologica".
E' necessario concludere queste considerazioni sull''enciclica Fides et ratio
evidenziando due cose. Anzitutto, il coraggio che Giovanni Paolo II ha mostrato
nel trattare un tema, come quello del valore della ragione metafisica, oggi
fortemente controcorrente. Dopo che I. Kant alla fine del Settecento ha squalificato
la metafisica, dichiarando che la ragione umana non può andare al di
là del fenomeno e quindi non può giungere a conoscere l'essere,
cioè la realtà che è al di là del sensibile; dopo
che il positivismo ha affermato che l'uomo può conoscere solamente quello
che è attingibile dai sensi; dopo che il neopositivismo logico ha affermato
che parole come "Dio", "spirito", sono senza senso, cioè
non significano nulla di reale; dopo che M. Heidegger ha affermato che la ragione
può raggiungere l'essente, ma non l'Essere; ci vuole coraggio a rivalutare
la ragione metafisica, perché si rischia di passare per una persona fuori
della storia, aggrappata a concezioni filosofiche arretrate, ancora immersa
nel "sonno metafisico", da cui Kant ha risvegliato il pensiero umano.
Con la sua enciclica dunque il Papa rischia l'impopolarità. Il coraggio
del Papa è il coraggio della verità.
In secondo luogo si deve riconoscere a questo Papa il merito di aver rivalutato
l'uomo, esaltando quello che c'è di più grande e di più
nobile in lui: la ragione raziocinante, capace di conoscere la verità
e di apprendere la realtà universale, capace in primo luogo di conoscere
Dio e di penetrare in qualche misura nel suo mistero. Infatti la grandezza dell'uomo
sta nello spirito, nella ragione, che è ciò che distingue l'uomo
dall'animale non solo "per grado", ma "per natura". Sta
quindi nella sua capacità di conoscere Dio e le realtà spirituali,
di dominare il mondo e di non essere dominato dalle cose. La Fides et ratio
è dunque un'enciclica che esalta l'uomo come "immagine di Dio"
e perciò sarà apprezzata da tutti coloro che credono nell'uomo
e nella sua capacità di giungere alla verità totale, che è
anche di ordine metafisico e non puramente scientifico.