Considerazioni sulla Fides et ratio

Di Francesco Luciano

All'udire che Giovanni Paolo II ha pubblicato una nuova enciclica dal titolo Fides et ratio, coloro che non sono addentro ai problemi filosofici e teologici si saranno chiesti: di che cosa si tratta? E se si tratta di una contesa tra teologi e filosofi, a noi cosa interessa? Quelli invece - teologi e filosofi - che sanno di che cosa si tratta, si saranno chiesti: valeva la pena tornare su una vecchia questione già risolta dal Concilio Vaticano I e ormai sorpassata? Si vive infatti in un tempo che non vuole sentir parlare di metafisica e in cui ai cristiani, per nutrire la loro fede, basta la parola di Dio contenuta nella Bibbia, senza bisogno di cercare labili puntelli razionali, di cui la filosofia moderna ha dimostrato l'inconsistenza.
La questione del rapporto tra fede e ragione è certamente vecchia di secoli ed è stata trattata ampiamente dal Concilio Vaticano I; ma è ancora attuale, perché dal 1870 a oggi molte cose in campo teologico e filosofico sono cambiate - in bene e in male -, e perciò il problema del rapporto tra fede e ragione può essere utilmente ripreso, sia per confermare quanto ha affermato il Vaticano I, sia per denunciare la pericolosa deriva della ragione verso lo scetticismo e il nichilismo. C'è una "crisi di fiducia nella ragione", estremamente pericolosa per la fede e di fronte alla quale perciò la Chiesa non può tacere: non può cioè non sforzarsi di riabilitare la ragione umana, difendendone la capacità di giungere alla verità per la quale essa è fatta.
Certamente c'è un doppio ordine di conoscenza: quello della fede, che si appoggia sulla testimonianza di Dio e si avvale dell'aiuto soprannaturale della grazia, e quello della conoscenza filosofica, che si appoggia sull'esperienza dei sensi e si muove alla luce del solo intelletto; ma la rivelazione di Dio che si compie in Cristo s'inserisce nel tempo e nella storia, cosicché "la storia diventa il luogo in cui possiamo constatare l'agire di Dio a favore dell'umanità" (n.12); quindi "con la Rivelazione viene offerta all'uomo la verità ultima sulla propria vita e sul destino della storia". Perciò "al di fuori di questa prospettiva il mistero dell'esistenza personale rimane un enigma insolubile". Ma la verità offerta dalla Rivelazione divina è "carica di mistero" e, quindi, può essere accettata soltanto con la fede, nella quale l'uomo dà il suo assenso alla testimonianza di Dio che rivela, poiché Dio stesso si fa garante della verità che rivela. È dunque accettando con un atto libero di fede la Rivelazione che l'uomo arriva a comprendere il mistero della sua esistenza. In conclusione, "la verità che la Rivelazione ci fa conoscere non è il frutto maturo o il punto culminante di un pensiero elaborato dalla ragione", ma è dono di Dio, che dev'essere "accolto come espressione di amore", ed è "anticipo, posto nella storia, di quella visione ultima e definitiva di Dio, che è riservata a quanti credono in lui o lo ricercano con cuore sincero" (n.15).
Se c'è distinzione tra la conoscenza di fede e la conoscenza di ragione, c'è tuttavia tra queste due conoscenze un legame profondo. Per tale motivo "la ragione e la fede non possono essere separate senza che venga meno per l'uomo la possibilità di conoscere in modo adeguato se stesso, il mondo e Dio" (n.16). In realtà, con la sua ragione l'uomo, leggendo il meraviglioso "libro della natura", può, con gli strumenti propri della ragione umana, giungere alla conoscenza di Dio Creatore; ma quanto essa raggiunge "acquista pieno significato solamente se il suo contenuto viene posto in un orizzonte più ampio, quello della fede" (n.20). C'è dunque nell'uomo una "capacità metafisica" (n.22).
Ma la ragione, e dunque la filosofia, deve riconoscere il suo limite, che è rappresentato dal mistero della Croce: "Il vero punto nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo. Qui, infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a pura logica umana è destinato al fallimento" (n.23). Perciò "la ragione non può svuotare il mistero di amore che la Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta ultima che essa cerca. Non la sapienza delle parole, ma la Parola della Sapienza è ciò che san Paolo pone come criterio di verità e, insieme, di salvezza". In tal modo la filosofia è "sfidata" ad accogliere nella "follia" della Croce la genuina critica a quanti si illudono di possedere la verità, imbrigliandola nelle secche del loro sistema. Il rapporto tra fede e filosofia trova nella predicazione di Cristo crocifisso e risorto lo scoglio contro il quale può naufragare, ma oltre il quale può sfociare nell'oceano della verità. Qui si mostra evidente il confine tra la ragione e la fede, ma diventa anche chiaro lo spazio in cui ambedue si possono incontrare.
Fede e ragione, incontrandosi, conducono l'uomo alla pienezza della verità. Ma che ne è stato, storicamente, di tale incontro? Rispondendo a questa domanda, il Papa traccia una breve storia dei rapporti tra la Rivelazione e la filosofia greca. Anzitutto egli rileva che "i Padri accolsero in pieno la ragione aperta all'assoluto e in essa innestarono la ricchezza proveniente dalla Rivelazione [...]. Dinanzi alle filosofie, i Padri non ebbero tuttavia timore di riconoscere tanto gli elementi comuni quanto le diversità che esse presentavano rispetto alla Rivelazione" (n.41). Osserva, poi, che nella filosofia scolastica "l'armonia fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza della fede è ancora una volta confermata: la fede chiede che il suo oggetto venga compreso con l'aiuto della ragione [intellego ut credam]; la ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario ciò che la fede presenta [credo ut intellegam] (n.42).
A partire dal tardo Medioevo, la legittima distinzione tra fede e ragione, riconosciuta da sant'Alberto Magno e da san Tommaso, "si trasformò progressivamente in nefasta separazione" (n.45). In tal modo si giunse di fatto "a una filosofia separata e assolutamente autonoma nei confronti dei contenuti della fede" e ad "una conoscenza razionale separata dalla fede e alternativa ad essa". D'altra parte, nella ricerca scientifica si è venuta imponendo una mentalità positivistica che non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla visione cristiana del mondo, ma ha anche, e soprattutto, lasciato cadere ogni richiamo alla visione metafisica e morale. Come conseguenza della crisi del razionalismo ha preso corpo, infine, il nichilismo. Il risultato di tutto questo è stato l'impoverimento della ragione e della fede. "La ragione, privata dell'apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l'esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale" (n.48).
Di fronte a queste deviazioni del pensiero filosofico il Magistero ecclesiastico "può e deve esercitare autoritativamente, alla luce della fede, il proprio discernimento critico nei confronti delle filosofie e delle affermazioni che si scontrano con la dottrina cristiana" (n.50). Anzitutto spetta ad esso "indicare quali presupposti e conclusioni filosofiche sarebbero incompatibili con la fede rivelata, formulando con ciò stesso le esigenze che si impongono alla filosofia dal punto di vista della fede [...]. La Chiesa ha il dovere di indicare ciò che in un sistema filosofico può risultare incompatibile con la sua fede. Molti contenuti filosofici, infatti, quali i temi di Dio, dell'uomo, della sua libertà e del suo agire etico, la chiamano in causa direttamente, perché toccano la verità rivelata che essa custodisce". Così facendo la Chiesa intende "provocare, promuovere e incoraggiare il pensiero filosofico, [...] perché non si precluda la strada che conduce al riconoscimento del mistero" (n.51).
Il rapporto che deve instaurarsi tra la teologia e la filosofia "sarà all'insegna della circolarità". Per una migliore comprensione della Parola, la teologia non potrà non giovarsi della filosofia; questa, a sua volta, dall'incontro con la Parola di Dio "esce arricchita, perché scopre insospettati orizzonti" (n.73). La fecondità di un simile rapporto di circolarità è dimostrata dalla vicenda di tanti teologi cristiani "che si segnalarono come grandi filosofi"
È dunque "auspicabile che teologi e filosofi si lascino guidare dall'unica autorità della verità così che venga elaborata una filosofia in consonanza con la parola di Dio. Questa filosofia sarà il terreno d'incontro tra le culture e la fede cristiana, il luogo di intesa tra credenti e non credenti" (n.79). Tale filosofia - che deve ritrovare "la sua dimensione sapienziale di ricerca del senso ultimo e globale della vita" (n. 81) - non può essere né radicalmente fenomenista né relativista, ma dev'essere "di portata autenticamente metafisica, capace cioè di trascendere i dati empirici, per giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di fondante" (n.83); quindi, capace di "compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento". In realtà, "la metafisica si pone come mediazione privilegiata nella ricerca teologica".
E' necessario concludere queste considerazioni sull''enciclica Fides et ratio evidenziando due cose. Anzitutto, il coraggio che Giovanni Paolo II ha mostrato nel trattare un tema, come quello del valore della ragione metafisica, oggi fortemente controcorrente. Dopo che I. Kant alla fine del Settecento ha squalificato la metafisica, dichiarando che la ragione umana non può andare al di là del fenomeno e quindi non può giungere a conoscere l'essere, cioè la realtà che è al di là del sensibile; dopo che il positivismo ha affermato che l'uomo può conoscere solamente quello che è attingibile dai sensi; dopo che il neopositivismo logico ha affermato che parole come "Dio", "spirito", sono senza senso, cioè non significano nulla di reale; dopo che M. Heidegger ha affermato che la ragione può raggiungere l'essente, ma non l'Essere; ci vuole coraggio a rivalutare la ragione metafisica, perché si rischia di passare per una persona fuori della storia, aggrappata a concezioni filosofiche arretrate, ancora immersa nel "sonno metafisico", da cui Kant ha risvegliato il pensiero umano. Con la sua enciclica dunque il Papa rischia l'impopolarità. Il coraggio del Papa è il coraggio della verità.
In secondo luogo si deve riconoscere a questo Papa il merito di aver rivalutato l'uomo, esaltando quello che c'è di più grande e di più nobile in lui: la ragione raziocinante, capace di conoscere la verità e di apprendere la realtà universale, capace in primo luogo di conoscere Dio e di penetrare in qualche misura nel suo mistero. Infatti la grandezza dell'uomo sta nello spirito, nella ragione, che è ciò che distingue l'uomo dall'animale non solo "per grado", ma "per natura". Sta quindi nella sua capacità di conoscere Dio e le realtà spirituali, di dominare il mondo e di non essere dominato dalle cose. La Fides et ratio è dunque un'enciclica che esalta l'uomo come "immagine di Dio" e perciò sarà apprezzata da tutti coloro che credono nell'uomo e nella sua capacità di giungere alla verità totale, che è anche di ordine metafisico e non puramente scientifico.