Forse sir Karl ha vinto la sua battaglia

Di Mirko Farina

"Con l'espressione "società aperta" designo non tanto un tipo di Stato o una forma di governo, quanto piuttosto un modo di convivenza umana in cui la libertà degli individui, la non-violenza, la protezione delle minoranze, la difesa dei deboli siano valori importanti".

L'inverno di Sir Karl Raimund Popper è finito ormai da molto tempo. Il suo nome è diventato importante. Non è più il nume tutelare di pochi circoli liberali. Non è una novità, né una riscoperta.
Non gode più di censure eccellenti……Tempi che cambiano. Popper, per caso o per scelta, è anche il nome di un gruppo rock di Torino che si ispira ai Subsonica e ai Bluvertigo, di una droga sintetica e di un'esca per i pesci. Non è stato sempre così. Ed è una storia che vale la pena raccontare.
La notizia della sua morte arrivò un sabato di settembre di otto anni fa. Sir Karl aveva compiuto, due mesi prima, 92 anni. Era uno degli ultimi grandi filosofi del Novecento. Durante la sua lunga vita non ha mai voluto costruire templi o cattedrali, è stato piuttosto un agrimensore, attento a disegnare confini, a fissare paletti, quelli della conoscenza e del potere. Poi, invecchiando, anche quelli della tolleranza.
Era nato in una Vienna ancora asburgica e imperiale il 28 luglio 1902, cento anni fa, figlio di un'altra epoca, di cui ancora non si conoscevano le sorti. Ha visto l'assolutismo e il nichilismo rincorrersi lungo tutto il Novecento, poi scontrarsi, sovrapporsi, altre volte specchiarsi o convergere. E lui ha cercato di rintracciarne le radici, con quel buon senso inglese, con la solidità che ti può dare una stella polare kantiana.
La sua storia e quella del suo saggio più politico, La società aperta e i suoi nemici incrocia, nell'estate del 1963, quella di un giovane ricercatore italiano, Dario Antiseri, che studiava all'Università di Vienna e si trovò a seguire alcuni seminari del professore austriaco, non ancora baronetto, e ordinario alla London School of Economics. L'opera di Popper, allora, era in netto contrasto con i tempi. Per molti la sua fama era quella di un "neo-positivista" per di più "reazionario". Il marxismo, in Europa, coincideva ancora con il "sole dell'avvenire". E più che un dogma era una verità scientifica. In Italia, poi, il Popper "politico" era semplicemente ignorato.
Ecco il racconto di Antiseri:
"Tornai in Italia nel 1964. Avevo raccolto libri e note su Popper. Di lui qui c'era poco. Nel 1954 Ferdinando di Fenizio (editrice L'industria) aveva pubblicato Miseria dello storicismo. L'Einaudi avrebbe pubblicato solo nel 1969 Scienza e filosofia e poi Logica della scoperta scientifica. Il Mulino nel '72 fece uscire Congetture e confutazioni. Il mio obiettivo prioritario era un altro. Avevo in testa la società aperta. Peregrinai di porta in porta, bussai a tutti gli editori. Oltre alle difficoltà ideologiche, c'era anche il peso del libro, due volumi di 700 pagine. Fino a quando nella primavera del '70 arrivai a Roma, in viale della Gensola, dall'editore Armando. Mi ascoltò con pazienza, poi con interesse. In seguito fu lui a cercarmi per saperne di più. Qualcuno - che allora contava, e molto - l'aveva sconsigliato, con queste parole: "Popper è un pover'uomo e Antiseri un ragazzo entusiasta". Armando fu coraggioso e capì subito che si trattava di un'opera troppo importante; la pubblicò".
Era il 1973. La società aperta fu accolta con molte critiche e poco clamore. Arrivò una recensione di Norberto Bobbio, non negativa, ma piuttosto fredda. Rinascita - nel 1974 - bollò Popper come un "dilettante che diffonde uno sfiduciato irrazionalismo. "Non c'erano solo i marxisti ostili, ricorda Antiseri - ma anche l'indifferenza dei liberali crociani. Alfredo Parente commentò un'intervista di Popper a L'Express scrivendo: "Popper non ha capito niente! Quel che è certo è che da un simile discorso non si riesce a cavare cosa sia la verità".
Pochi, infatti, avevano compreso il legame che corre tra il Popper filosofo della scienza e il Popper teorico della politica".
Ecco allora, Popper epistemologo, che non ha mai avuto "fede" nella scienza, ma ne conosceva il valore e la forza. "La scienza - diceva - va avanti per teorie ed errori".
La verità è solo un ideale verso cui si tende, un limite, e anche se si raggiunge non possiamo esserne certi per sempre. La scienza è fallibile, perché la scienza è umana. E i fatti, l'osservazione scientifica, non bastano a dirci se una teoria è vera, ma ci dicono sempre quando una teoria è falsa. E, come ricordava sempre Sir Karl, "fuggire gli errori è un ideale meschino. Nessuno può evitare di farli, la cosa grande è imparare da essi".
Popper parlava di queste cose con Einstein e Konrad Lorenz, con Wittgenstein e con Hayek, ma è chiaro che le conseguenze del suo discorso lo portavano al di là dei problemi epistemologici, oltre la scienza, su un terreno più critico: la filosofia politica. Se la verità è sempre in bilico, se le conseguenze delle proprie azioni sono sempre illimitate, se la storia non ha un destino, allora è difficile, anzi impossibile, costruire una società perfetta. E chi ci prova è un truffatore, o un pericoloso illuso.
Chi ti offre il paradiso in verità ti sta vendendo l'inferno. Popper indica i nomi: Platone, Hegel e Marx . "Non fu facile - racconta Antiseri - far passare in Italia queste idee. Molti liberali del tempo parlavano addirittura di "popperite".
E in verità questa radicale critica a qualsiasi forma di idealismo o di dogmatismo in campo gnoseologico può sembrare assurda almeno se intesa come rifiuto dei principi al momento in voga. Alcuni potrebbero obbiettare che non si tratti altro che di un nuovo pirronismo scettico che di fatto non porta a nessuna conoscenza evitandole tutte, ma in vero la dottrina popperiana può essere capita veramente solo se viene considerata nel periodo di tempo in cui Popper visse. Erano gli anni dei radicalismi, delle esasperazioni, dell'oltranzismo, degli eccessi, dei grandi capi cui affidarsi per raggiungere la felicità.
Sir Karl affermò la sua individualità ponendo al centro della sua filosofia la fallibilità umana. Questa è il simbolo del buonsenso, dell'accettazione dei propri limiti, dell'acquisizione delle proprie facoltà e soprattutto del rifiuto di qualsiasi estremismo.
La storia gli ha dato ragione mentre era in vita, ma a differenza di altri ha conservato la salutare modestia che l'ha sempre contraddistinto, certo gli piaceva il successo, gli piaceva avere intorno le persone e gli piacevano pure le calorose accoglienze ma mai ha avuto la presunzione di dire "io l'avevo detto cinquant'anni fa". La sua grandezza sta anche in questo non cadere in effimeri atti di gloria, non autocelebrarsi, ma affidare la sua fama e la sua gloria ai lettori.
Per lungo tempo isolato e ritenuto scomodo dall'intellighenzia italiana, negli ultimi due decenni Popper è stato oggetto di una vera e propria idolatria.
Sono gli anni di "Cattiva maestra televisione", a parlare è il Popper più controverso, forse un po' meno liberale, anche se Antiseri non è d'accordo. "Quando Popper chiedeva una patente per i professionisti della televisione era preoccupato per la violenza di certe immagini. E dell'effetto che poteva avere sui bambini. La Televisione fa diventare normale ciò che è disumano. Abbassa il limite di guardia nei confronti dell'orrore. E una società aperta ha il dovere di essere intollerante verso i violenti e gli intolleranti. Per questo va difesa".
Annoverato ora a destra ora a sinistra, ma di fatto massimo esponente del liberismo contemporaneo egli ha rappresentato e rappresenta tutt'ora un punto di riferimento e di paragone per chi vuole aprire gli occhi, guardare il mondo che ci circonda con un nuovo senso critico, sfidare dogmi e pregiudizi, discutere con l'altro e non trincerarsi mai nelle proprie posizioni credendo saccentemente di aver ragione.
Oggi Sir Karl non sarebbe sicuramente felice di quanto sta avvenendo nei confronti della sua figura. Il destino è bizzarro, capita spesso di vedere "erigere cattedrali e monumenti in suo onore" o di "celebrare cerimonie e riti per consacrarlo", ma tutti, proprio tutti, dovremmo proprio perché ce lo ha insegnato lui, essere meno inclini al langue de bois di qualsivoglia ideologia o dogmatismo perché in fondo questo è il succo della gratitudine filosofica nei suoi confronti.