Quando all'età di cinque anni gli morì il padre, Karl Ludwig,
pastore di Rocken, si ritrovò oppresso dall'amore, dalle attenzioni,
dalle premure della madre, della sorella, di una nonna e di due zie. Da quel
gineceo non trovò scampo e visse la sua intera infanzia stretto in una
camicia di forza, sperimentando che non c'è nulla di più soffocante
dell'istinto infermieristico delle donne. Come sottrarsi a dieci occhi vigili,
attenti, pieni di affetto ma invadenti? Ogni spazio di libertà ed intimità
era precluso in quella sorta di casa da " Grande fratello ". Il semplice
fruscio delle gonne dovette ricordargli l'incubo quotidiano, scandito da ammonimenti,
consigli, prediche, apprezzamenti, insegnamenti, inframezzati a buffetti e carezze.
Era troppo anche per uno che avesse avuto lo spirito paziente e si fosse votato
alla mistica della sopportazione come Giobbe. Sicchè non deve sorprendere
se a distanza di qualche anno, in seguito alla lettura della " Vita di
Gesù " di Strauss, abbandonò gli studi di teologia: dopo
aver ubbidito per tanti anni a cinque volontà terrene, non se la sentì
di accettarne una sesta per tutto il resto della vita e per di più ultraterrena.
Non giocò mai, né mai si lasciò conquistare dal riso, di
imperdonabile giudiziosità prese tremendamente tutto sul serio ed anche
quando affermò che preferiva essere considerato un 'buffone' piuttosto
che venire santificato, mentì perché del buffone non aveva nulla
e del santo molto. Fece un percorso inverso alla maggior parte dei suoi connazionali:
fu tedesco da bambino ed antitedesco da adulto e dei Tedeschi abbandonò
la nuvolaglia teoretica per aprirsi alla solarità mediterranea. Spirito
rigoroso con una forte venatura monastica, giungendo persino a dire che chi
voleva impiegare il proprio denaro da spirito libero doveva fondare istituti
sul tipo dei conventi, avrebbe abbracciato il Dio dell'ira, il Dio, come ebbe
a dire Kierkegaard, che suscita timore e tremore, che castiga il male, caccia
all'inferno, che non teme di perdere la propria divinità perché
usa la frusta, che libera il tempio dai mercanti, tanto che se fosse vissuto
in altri tempi lo si sarebbe trovato tra i Templari, invece conobbe solo il
Dio morto di compassione, il Dio misericordioso, il Dio degli afflitti, il Dio
sconfitto e lo rifiutò. Così " il piccolo pastore ",
come veniva chiamato perché il padre ed ancora prima i nonni ed i bisnonni
di quel Dio erano stati sacerdoti, rompendo con una tradizione familiare, divenne
un senza Dio.
Come la gran parte dei filosofi mostrò incoerenza tra le idee e la vita:
egli che aveva invitato alla distruzione dei valori tradizionali ed in particolare
di quelli cristiani della castità, dell'umiltà, dell'altruismo,
invitando ad andare al di là di quelle " ombre intermedie, e umidi
triboli e nuvole pigre " che sono il bene ed il male, venne soprannominato
il " santo ", per la sua condotta di vita; conosciuta ed innamoratosi
di Lou Salomè, forse la donna più interessante e trasgressiva
dell'epoca, la volle legare a sé con il più tradizionale dei vincoli:
il matrimonio, (la sua proposta non venne accolta perché lei, che ammirava
la profondità ma temeva di amarla, gli preferì Paul Rèe);
esaltò la fedeltà alla terra con lo stesso fervore intransigente
con cui i grandi mistici hanno esaltato la fedeltà a Dio; criticò
con parole sprezzanti la mentalità piccolo-borghese, ma facendo sua quella
stessa mentalità si inventò una discendenza da un non ben precisato
casato polacco; cantò l'ebbrezza dionisiaca, l'eccesso, lo smisurato,
l'accettazione degli istinti primordiali, ed improntò la sua vita all'austerità,
alla riservatezza, alla gentilezza, alla compostezza.
Filosofo ad un tempo fecondo e sfuggente, alla sua comprensione ha frapposto
il più arduo e sottile degli ostacoli: il fascino. La parola a volte
ermetica, a volte immaginosa e ricca, i toni e gli accenti, le visioni, le folgorazioni,
gli effetti, il suo procedere danzando, saltando, librandosi in aria, ammaliano,
incantano, sviano. Come Eraclito, l'unico presso la cui dimora avrebbe riposato,
per il quale la fisis " ama nascondersi ", egli nascose se stesso,
sebbene il suo gusto per la maschera ed il travisamento risulti fin troppo scoperto.
Nessun filosofo ha mai detto tanto di sé, impregnando i suoi scritti
del carattere della confessione, eppure nessuno più di lui è rimasto
oscuro, avvolto in quell'impalpabile caligine delle parole che la sua anima
lirica sapeva creare; e nulla ha il potere di attrarre ed incantare quanto ciò
che rimane indecifrabile, brumoso, misterioso. Persino la sua 'inattualità',
da lui stesso più
volte proclamata e rivendicata, è fonte di fascino: pur annunciando la
morte di Dio, il superuomo e l'eterno ritorno, non volle insegnare niente, non
si fece paladino di nessuna verità oggettiva da impartire, e soprattutto
non pensò di migliorare l'umanità di cui semmai auspicò
il superamento. Dei teorizzatori di ideologie e dei dispensatori di facili utopie,
che dopo il pensionamento di Dio si erano moltiplicati, in effetti, non ebbe
l'animo, l'intento, la stoffa e la gibbosità intellettuale; come i fondatori
di religioni non tolse drammaticità alla vita ed alla storia, ma contrariamente
a questi non promise alcun paradiso né in questo né in altro mondo.
Della filosofia, di cui non si sentì mai operaio come rimproverava a
Kant ed a Hegel, esaltò la divina inutilità. " A che serve?
", si domanda ammiccando, ed è domanda ricorrente, il filisteo che
dell'utile ha fatto il proprio sole. " A niente ", ebbe il coraggio
di rispondere; e così sia! E proprio al filosofo che non servendo a niente,
anche di niente si fa servo, affidò un compito antico ma spesso dimenticato:
" superare in se stesso il tempo, diventare senza tempo ", e mentre
diceva ciò, egli che si considerava " il contrario di uno spirito
negatore " ed anzi " un lieto nunzio come non ce n'è stati
mai ", trovò il tempo di negare duemila anni di riflessione filosofica.
Ebbe molti referenti, ma un solo grande interlocutore: Platone. Superando abissi
di tempo e di spazio, come due grandi piante con i rami protesi verso l'alto,
i due colloquiarono con la voce del vento. Il primo legò il mondo, il
divenire, la vita, la storia, l'agire dell'uomo alla verità, il secondo
ne sciolse i legami. Alfa ed omega della metafisica, ad entrambi fu comune la
persuasione che in questo serrare e disserrare le porte del tempio, custodente
il senso dell'Essere, sta raccolto l'intero destino della filosofia: tutto il
resto è ornamento, trina, drappeggio. Separato, infatti, dal suo rapporto
alla metafisica perde in consistenza filosofica e spessore teoretico, per decadere
a semplice filosofo vitalista. Certo rimangono la bella prosa, i gorgheggi,
i versi sublimi, la frase ad effetto, i chiaroscuri tonali, i voli poetici,
la parola ebbra ed inebriante, i grandi scenari, le valli profondissime, le
cime altissime, il sibilo della frusta, il rombo del tuono, tutto rimane, tutto
risuona, tutto riluce, ma senza quella profondità di pensiero tutto diventa
meno vivo e credibile, rifluendo nel gioco di un puro, anche se raffinato, estetismo
di cui D'Annunzio darà ampia e, a volte, poetica testimonianza.
Anche chi di lui non ha mai letto una pagina, conosce la sua sentenza. Quel
lungo sfinimento teologico, quella parafrasi del crepuscolo infinito di Dio
che mai dichiarato morto, mai potrà risorgere, il lui trova compimento.
La metafisica è morta, questo il grande annuncio. Invero lo era da prima,
ma nessuno vi aveva apposto sopra la pietra tombale, perché tutti, in
altra forma, con altri volti e nomi, pur avendole inferto come Bruto numerose
pugnalate, l'avevano mantenuta in vita. Ora è seppellita e dopo il funerale
le cose, liberate dall'ideale che le trasfigurava, riacquistano la loro corposità,
la loro nudità, la loro innocenza, la loro eterna inquietudine. In questo
non fu solo uno spirito negatore, ma quel lieto nunzio di cui si vantava di
essere, perché invitò ad un nuovo sguardo prospettico: come Monet
sciolse la pesantezza delle cose nella luce, nell'attimo luminoso, nelle ombre
colorate, in quel tripudio e delirio di colori che " cambia senza sosta
la materia ", così egli delle cose trapassò quella gravità
che l'ideale aveva imposto loro, rendendole, al contrario, leggere, danzanti,
multiformi: ditirambi dionisiaci del gioco cosmico.
Se all'inizio della filosofia v'è Pitagora che dell'intreccio e del groviglio
orgiastico del vivente ricercò l'interna armonia e la geometrica compostezza,
e v'è Platone che ne indicò il fondamento, al termine di quella
lunga stagione esaltante e rissosa che fu la metafisica, v'è il commesso
del tribunale fallimentare, ma di quel fallimento egli non volle essere solo
il notaio. La pesantezza del grido, la durezza del disprezzo, la freddezza della
solitudine, la dolorosa indifferenza, tutto questo dovette sopportare, per sobbarcarsi,
egli così cagionevole di salute, il più grave dei pesi: dichiarare
la morte di Dio. Liberato dall'Assoluto, il divenire, quel flusso vitale nel
quale siamo immersi, quella marea di enti, eventi, azioni non più riconducibili
ad un principio unitario capace di organizzarli e dare loro un senso, irrompe,
travolge, sommerge ogni argine volta a volta eretto a difesa dalla filosofia,
dalla morale, dalla religione, e persino dall'arte. Se Hegel, in uno sforzo
supremo e titanico, aveva concepito il divenire, cioè ogni aspetto, forma
e determinazione della realtà, come momento ed espressione della vita
dell'Assoluto, egli rese il divenire 'assoluto', cioè originario ed innocente;
e di questa assolutezza, che fa tutt'uno con la negazione di ogni realtà
ideale, atemporale, eterna, egli fu la coscienza e la voce.
La vita, per lungo tempo relegata alla condizione di "contingenza",
si è così presa la rivincita su ciò che, dandole un fondamento,
la voleva limitare, determinare, guidare, racchiudere in schemi e modelli, rivelandosi
per quello che essa in effetti è: esaltazione pura, vertigine dell'attimo
che passa, profusione feconda che, come il fuoco di Eraclito, genera e arde
d'amore ogni cosa, stelle danzanti, kaos; ma non platonicamente inteso come
'disordine', perché kaos è, al modo di Esiodo, l'annunciarsi libero
delle cose, il loro emergere gratuito, non garantito da nulla e da nessuno.
Fiat lux! E la luce generò l'ombra e dalla danza delle ombre si generò
il mondo, è aforisma mai scritto da Nietzsche, ma in forma brachilogica
ne racchiude l'intero pensiero. Il mondo, ci viene a dire questo Dioniso moderno,
non va giustificato, conosciuto, salvato, e, per quanto ciò sia nobile,
nemmeno redento, come per secoli la filosofia e con essa tutte le anime religiose,
le 'anime belle' e metafisiche, i poeti ed i grandi moralisti hanno voluto insegnare.
Dopo la morte di Dio, il mondo va vissuto, accettandone in un fiero " sì
" tutte le sue manifestazioni, luminose o umbratili, gioiose o terribili
che siano. Ecco il compito supremo. Ecco il:
E' la sua dottrina più conosciuta, traboccante di miti e simboli, di forza e liricità, un colpo di frusta per la fantasia, un pugno per la morale ed il senso comune:
Io amo tutti coloro che sono come gocce grevi, cadenti una ad una dall'oscura
Nube incombente sugli uomini: essi preannunciano il fulmine e come messaggeri
Periscono. Ecco, io sono un messaggero del fulmine e una goccia greve cadente
Dalla nube: ma il fulmine si chiama superuomo.
E' invocazione appassionata e gioiosa, annunciata dai grandi dispregiatori,
dagli spiriti liberi e ricchi, da chi si è liberato dal proprio Dio,
da chi alla Terra è rimasto fedele. E' l'invocazione di chi gettando
lo sguardo nell'abisso apertosi dalla Morte di Dio, se ne ritrae inorridito
perché ha veduto la smisurata, disumana povertà spirituale dell'uomo
divenuto sterile, chiuso nella propria piccolezza, con i propri piacerucoli,
soddisfatto di sé. E' invocazione di chi all'ultimo uomo non si vuole
arrendere. 'Che cosa è l'amore? E la creazione? E il desiderio? Che cosa
è una stella?' - così si chiede, non trovando nulla di esaltante
in quelle domande, l'ultimo uomo, che rimpicciolisce ogni cosa, e ammicca e
salta su una terra divenuta, a sua immagine, troppo banale. Tutto il disprezzo
di cui fu capace egli lo riversò su questo che tra tutti gli esseri considerò
il più spregevole e che non è, come pure si è cercato di
accreditare, l'espressione di una classe sociale, la borghesia per intenderci,
ma una categoria dello spirito o, per meglio dire, un livello della coscienza:
quello infimo. Falso, senz'anima, imbelle, annoiato e noioso, l 'Ultimo uomo'
è l'uomo che non osa più, non spera più, non va oltre se
stesso, è l'uomo che ha inventato la felicità, che non prova più
grandi palpiti, che avverte troppa molestia sia nel perseguire la pace, sia
nello scendere in guerra, che indifferente alla verità si accontenta
di menzogne 'verosimili', che non prova più meraviglia, che fideisticamente
non crede più a niente e immoralmente blatera di morale, che ricerca,
al termine di una vita dolce, una morte altrettanto dolce, che con un occhio
rivolto sempre alla salute ripete a se stesso: l'importante è non soffrire.
Talmente impigrito da non accorgersi di essere stato proprio lui ad uccidere
Dio, immerso nelle cose e di esse succube, tenendosi lontano sia dal pensiero
dell'essere sia dallo spettro del nulla, l'ultimo uomo con un colpo di spugna
ha tolto dal proprio orizzonte spirituale ogni legame tra l'umano e il divino
ed impietoso avanza in un mondo che diventa sempre più piccino.
Stretto tra l''Ultimo uomo' e il 'Superuomo' lo spirito oscilla tra queste due
possibilità opposte: il conformismo e la creatività. Se l'annuncio
della Morte di Dio ha cancellato ogni incrostazione metafisica dall'orizzonte
dell'uomo, ora egli può
far oscillare liberamente il pendolo della propria esistenza o atrofizzandone
la forza creativa che in precedenza era stata assorbita da Dio, o esprimendola
al massimo grado nel Superuomo. Chi è dunque il Superuomo? Tutti e nessuno;
esso è la coscienza considerata nella sua validità suprema.
E al Superuomo la notte, evocandola dal suo cuore tenebroso, confida la verità
più abissale: profondo il dolore, più profonda la gioia. Profondo
il dolore perché radicato nel cuore stesso dell'ente e di ogni esistenza,
ogni vita, ogni battito fedele compagno. Ogni cosa passa, ogni cosa perisce,
dove c'è la vita là getta la sua ombra anche la morte nel cui
abbraccio rimane imprigionato ogni sì, ogni è, ogni voglio. E'
la voce della mezzanotte, a cui l'ultimo uomo non presta orecchie, e che tanto
più terribile risuona in quelle del Superuomo, perché dopo la
Morte di Dio non v'è nulla al di là del divenire, quale fluire
incessante, inspiegato ed inspiegabile di realtà effimere, che di esso
possa dare ragione, indicare uno scopo, trovare un significato. Come per Sofocle,
anche per Nietzsche il dolore più profondo è così il dolore
inconsolato e ingiustificato, il dolore che si fa beffe della ragione, che affonda
le sue radici nel nulla e nel nulla sprofonda.
Ma la gioia è più profonda. Ed essa è legata a quel pensiero
che improvviso, lancinante, gioioso, come una folgorazione, lo colpì
in quel sentiero meditabondo di Silvaplana che era solito percorrere: al pensiero
"Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo
nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: ' Questa vita,
come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli
volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni
piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa
della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza
e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i
rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza
viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa granello della polvere! '. Non
ti rovesceresti a terra digrignando i denti e maledicendo il demone che così
ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa
sarebbe stata la tua risposta: 'Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina
'? ".
E' la gioia che scaturisce dalla consapevolezza che l'ultima parola sul mondo
non spetta al nulla, che esso anzi è eternamente salvo, per quanto tale
salvezza non discende da Dio, o da altro 'immutabile' che di Dio ha preso il
posto, ma dall'eterno ritorno di ciò che è. Ridotta all'osso,
la dottrina, non nuova perché era ben presente sia nel pensiero greco
maggiormente influenzato dall'orfismo, sia in quello orientale (soprattutto
nello zoroastrismo persiano, nel buddismo indiano, nel taoismo cinese), sia
nell'ambito del dibattito scientifico di fine secolo come ipotesi di cornice,
afferma che la realtà non è un divenire eternamente nuovo, una
infinita proliferazione di costellazioni dell'essere mai apparse in precedenza
e che, dopo una fugace parvenza, non appariranno più, ma che quanto si
avanza sul palcoscenico del mondo ha già recitato la sua parte e di nuovo
la reciterà infinite volte. Di essa tentò anche una spiegazione
ricorrendo ad argomentazioni scientifiche, asserendo che mentre il tempo è
infinito, perché nessun Dio creatore gli ha dato un inizio, la forza
che governa il mondo è finita, e pertanto tutte le possibili combinazioni
e i possibili sviluppi di una forza finita che agisce in un tempo infinito devono
essere già stati e dovranno essere di nuovo. In questo tentativo risulta
lontano da quella profondità che gli fu propria, perché fuori
del pensare filosofico sapeva nuotare solo in superficie; in realtà la
teoria, zeppa di principi indimostrabili e di conclusioni paradossali, quando
è chiara risulta banale e quando è profonda risulta oscura. Essa
vale sul piano che le è proprio, quello metafisico, perché affida
alla ripetizione ontologica, cioè all'eterno ritorno di tutto ciò
che è, quella vittoria sul nichilismo che il 'platonismo' aveva affidato
al mondo vero degli 'immutabili' ed il cristianesimo alla 'redenzione' ad opera
del Dio creatore.
Sotto le vesti lacere del sacerdote di Dioniso si scopre il saio del mistico.