L'Europa,il segno del 2002

di Franco Raimondo Barbabella

Il 2001 ci ha lasciati con ancora negli occhi le terribili immagini delle Twin Towers distrutte dalla lucida follia del terrorismo islamico e con quelle della guerra afghana e del crollo del regime talebano; il 2002 è iniziato con la circolazione della moneta unica europea e con l'istituzione della Convenzione europea che elaborerà il testo della Costituzione dell'Unione. Una tragedia e una speranza, due facce di uno stesso mondo, un mondo contraddittorio e inquieto, a trasformazione così veloce che le nostre categorie mentali spesso non ce la fanno a capirne né il senso né la direzione, ammesso che di senso e direzione si possa parlare.
Eppure, se si riflette, non c'è più incertezza e irrequietudine di quanta non ve ne fosse un secolo fa, all'inizio di quel novecento che da poco si è concluso: allora, come ora, si aveva l'impressione di un passaggio, di qualcosa che finisce e di qualcosa che inizia, ancorché privo di connotati definiti. La storia umana è questa, in essa non c'è mai nulla che rimanga uguale a se stesso, e guai se non fosse così! Ma gli uomini si aggrappano sempre al positivo, almeno nella cultura occidentale, e anche stavolta, nonostante le apparenze, questo sta accadendo perché non può non accadere. Il positivo è la globalizzazione se intesa come opportunità, la ragione se esercitata come potere costruttivo, il sapere se usato come fattore di crescita umana e di civilizzazione. In altri termini, il positivo implica una scelta, un atto di volontà razionale, dunque un'assunzione di responsabilità.
Per suo verso, l'Europa è e non può non essere uno spazio di civilizzazione. Perciò, proprio in ragione di ciò che è accaduto e sta accadendo, essa non solo non può rinunciare ad un rapporto costruttivo con le culture altre, ma deve riaffermare la sua natura di luogo in cui storicamente si sono confrontate le diversità, ed in cui proprio da questo confronto sono nate le più alte sintesi di civiltà del mondo, la tolleranza e la capacità di convivenza e di integrazione fra popoli e culture. Questa è l'identità dell'Europa, e su queste basi va edificata la nuova cittadinanza. Per questo però, per sentirci ed essere cittadini d'Europa non basterà che usiamo un'unica moneta, dobbiamo andare ben oltre, dobbiamo riuscire a percepire l'Europa come dotata di un'anima, cioè dobbiamo poterci sentire portatori di quella comune identità.
In tale contesto, fra dramma e speranza, si colloca anche una rinnovata missione della scuola. In un recente intervento Franco Galgano ha affermato che i caratteri fondamentali di un sistema autenticamente educativo non possono che essere la libertà - in quanto combatte ogni dogmatismo -, il pluralismo - in quanto è costantemente aperto al confronto con altre culture e civiltà -, la tolleranza - in quanto riconosce e valorizza le diversità. La scuola non può essere solo un buon sistema di istruzione, se e in qual misura riuscirà ad esserlo: deve essere anche un buon sistema di educazione dei cittadini.
Al di là di quanto scaturirà dalla lunga discussione sulla riforma dei cicli - caratterizzata peraltro fino ad oggi da eccessiva ingegneria istituzionale e da contestuale scarsa attenzione ai fini e ai contenuti - questi caratteri appaiono dunque essere comunque i pilastri di ogni possibile riforma.