Il 2001 ci ha lasciati con ancora negli occhi le terribili immagini delle Twin
Towers distrutte dalla lucida follia del terrorismo islamico e con quelle della
guerra afghana e del crollo del regime talebano; il 2002 è iniziato con
la circolazione della moneta unica europea e con l'istituzione della Convenzione
europea che elaborerà il testo della Costituzione dell'Unione. Una tragedia
e una speranza, due facce di uno stesso mondo, un mondo contraddittorio e inquieto,
a trasformazione così veloce che le nostre categorie mentali spesso non
ce la fanno a capirne né il senso né la direzione, ammesso che
di senso e direzione si possa parlare.
Eppure, se si riflette, non c'è più incertezza e irrequietudine
di quanta non ve ne fosse un secolo fa, all'inizio di quel novecento che da
poco si è concluso: allora, come ora, si aveva l'impressione di un passaggio,
di qualcosa che finisce e di qualcosa che inizia, ancorché privo di connotati
definiti. La storia umana è questa, in essa non c'è mai nulla
che rimanga uguale a se stesso, e guai se non fosse così! Ma gli uomini
si aggrappano sempre al positivo, almeno nella cultura occidentale, e anche
stavolta, nonostante le apparenze, questo sta accadendo perché non può
non accadere. Il positivo è la globalizzazione se intesa come opportunità,
la ragione se esercitata come potere costruttivo, il sapere se usato come fattore
di crescita umana e di civilizzazione. In altri termini, il positivo implica
una scelta, un atto di volontà razionale, dunque un'assunzione di responsabilità.
Per suo verso, l'Europa è e non può non essere uno spazio di civilizzazione.
Perciò, proprio in ragione di ciò che è accaduto e sta
accadendo, essa non solo non può rinunciare ad un rapporto costruttivo
con le culture altre, ma deve riaffermare la sua natura di luogo in cui storicamente
si sono confrontate le diversità, ed in cui proprio da questo confronto
sono nate le più alte sintesi di civiltà del mondo, la tolleranza
e la capacità di convivenza e di integrazione fra popoli e culture. Questa
è l'identità dell'Europa, e su queste basi va edificata la nuova
cittadinanza. Per questo però, per sentirci ed essere cittadini d'Europa
non basterà che usiamo un'unica moneta, dobbiamo andare ben oltre, dobbiamo
riuscire a percepire l'Europa come dotata di un'anima, cioè dobbiamo
poterci sentire portatori di quella comune identità.
In tale contesto, fra dramma e speranza, si colloca anche una rinnovata missione
della scuola. In un recente intervento Franco Galgano ha affermato che i caratteri
fondamentali di un sistema autenticamente educativo non possono che essere la
libertà - in quanto combatte ogni dogmatismo -, il pluralismo - in quanto
è costantemente aperto al confronto con altre culture e civiltà
-, la tolleranza - in quanto riconosce e valorizza le diversità. La scuola
non può essere solo un buon sistema di istruzione, se e in qual misura
riuscirà ad esserlo: deve essere anche un buon sistema di educazione
dei cittadini.
Al di là di quanto scaturirà dalla lunga discussione sulla riforma
dei cicli - caratterizzata peraltro fino ad oggi da eccessiva ingegneria istituzionale
e da contestuale scarsa attenzione ai fini e ai contenuti - questi caratteri
appaiono dunque essere comunque i pilastri di ogni possibile riforma.