All’inizio di dicembre la pubblicazione del Rapporto CENSIS 2002 ha fatto più rumore del solito. E non stupisce, perché per la prima volta da molti anni la società italiana viene descritta come delusa e senza spinta, quasi fosse ormai deprivata dei suoi “spiriti vitali”: l’Italia, dicono gli analisti del CENSIS, “presenta oggi una stazionarietà prolungata senza contraccolpi di reattività”. Insomma, per dirla con Giuseppe De Rita, un Paese “con le pile scariche”. Dopo qualche settimana, il 29 dicembre, sul Corriere della sera Ernesto Galli della Loggia ha rincarato la dose: ormai, ha detto, “la politica democratica offre uno spettacolo di sterilità”. Prova ne sia che le nostre società non sono più capaci di produrre le grandi innovazioni del passato, come testimonia in Italia l’esclusione dalla compagine sociale sia dei giovani che degli anziani. Poi lo scorso 24 gennaio su “la Repubblica” Umberto Veronesi, a proposito dello stato della ricerca scientifica in Italia, ha scritto che essa marcia con tale fatica che “i nostri migliori cervelli scelgono di andare a lavorare all’estero, le strutture sono deficitarie, i soldi che si investono sono pochi”, cosicché “da condizioni simili non può che nascere un’Italia culturalmente arretrata, segnata dalla obsolescenza scientifica e tecnologica”. Di più e in modo più autorevole non si potrebbe dire. Come si vede, voci diverse da angolature diverse suonano tutte l’allarme di un possibile declino. Forse sono analisi e posizioni esagerate. Però non si può negare che anche fra la gente comune il clima è di latente preoccupazione, forse meno lucida ed argomentata, ma certamente palpabile e negli atteggiamenti e nei discorsi. D’altronde come darle torto? I disastri meteorologici, la borsa impazzita, la minaccia del terrorismo, la guerra incombente, il caro prezzi, tutto produce un clima di incertezza e di apprensione. E nella scuola? Direi che è la stessa cosa. E d’altronde come potrebbe essere altrimenti: la scuola non respira forse la stessa aria del contesto sociale e culturale? Semmai qui più che in altri settori c’è in più una sfiducia montante nella possibilità di uscire in tempi brevi dal tunnel in cui ci siamo progressivamente cacciati. Non era così ancora solo un anno fa. Ci stiamo dunque facendo contagiare dal clima generale? Non è più vero che in fondo noi della scuola non possiamo permetterci il lusso del pessimismo, perché sennò che cosa diciamo ai nostri giovani: che non vale la pena di impegnarsi? In verità non credo che si tratti di contagio da pessimismo. C’è qualcosa di più preciso e di più forte: c’è che la scuola, da Berlinguer in qua, è stata colpita da quella che potremmo chiamare la sindrome della grande riforma, l’idea di un’operazione chirurgica da fare alla svelta per curare un organismo che si ritiene irrimediabilmente malato, una rivoluzione però sempre e solo massmediatica, mai concretamente messa in cantiere con la determinazione, le procedure, gli investimenti, che una vera rivoluzione davvero richiederebbe. Ciò che si è visto è invece solo l’elettroshock ininterrotto dei cambiamenti più o meno grandi, più o meno chiari, più o meno efficaci e utili, ma tutti condotti e gestiti in modo da far percepire di fatto, almeno ad oggi, solo gli aggravi, i tagli e i disagi. Ecco perché dall’interesse e dalla partecipazione iniziale – perché, checché se ne dica, i primi a rendersi conto che la scuola deve mettersi al passo con l’Europa sono coloro che ci lavorano – si è passati all’attuale disillusione e ad una latente rassegnazione. Ma su questo piano c’è ancora di più: si ha la netta sensazione di un ritorno indietro rispetto a quelle che sembravano essere conquiste storiche ormai raggiunte ed avviate al consolidamento, come l’autonomia. A riprova si può portare un lungo elenco di temi, ma basti citare i seguenti: la fine degli organici funzionali di istituto, la riduzione progressiva del contributo statale ordinario, il blocco di ogni sperimentazione, la mancata riforma degli organi collegiali, la centralizzazione dei controlli di bilancio fino – sembra – all’obbligo di acquisto dei beni di consumo (dalla carta in su) presso il consorzio di imprese costituito dal Ministero dell’Economia. Si potrebbe continuare citando anche l’uso di parametri del tutto astratti per il calcolo del personale non docente necessario ad ogni scuola, con la conseguenza di squilibri che talvolta rasentano lo scandalo. Nessuno si preoccupa più di andare a vedere le specifiche situazioni, basta che siano rispettati i parametri. E così può accadere che una scuola che dieci anni fa aveva 210 alunni e 25 docenti abbia oggi, con 602 alunni e 70 docenti, lo stesso personale di segreteria, cioè 4 persone, senza poi tener conto di ciò che è cambiato in dieci anni in termini di competenze delle scuole e di carico di lavoro dei dipendenti. La cosa forse più grave però è che non si tratta nemmeno, almeno certo non del tutto, di impostazioni imputabili ad una determinata parte politica o ad un determinato schieramento, perché alcuni dei percorsi che ho indicato come dannosi sono iniziati proprio con i governi di centrosinistra (blocco delle sperimentazioni, riduzione del contributo ordinario, riduzione del personale, parametri astratti). Che fare? Già altre volte mi è capitato di rispondere: andare comunque avanti, perché è evidente che comunque ci sono cose importanti da fare e alcune cose importanti si possono in ogni caso fare. Si possono ad es. aggiornare ed adeguare i curricoli degli indirizzi di studio utilizzando la quota del 15% di flessibilità del monte ore annuale. Ed è ciò che noi stessi abbiamo fatto già da quest’anno e che proponiamo in modo più organico e strutturato per il prossimo a.s. Si possono fare naturalmente anche altre cose per arricchire l’offerta formativa delle singole scuole o per aggiornare la didattica o per migliorare l’organizzazione, e certamente si faranno. Ma il punto che va messo a fuoco è che il pericolo di declino esiste davvero, e la scuola, anche quella parte di scuola che finora ha retto bene o addirittura ha cercato continuamente di rilanciare, non ne è immune. La cura non può più essere fare l’innovazione possibile, infilandosi negli spazi lasciati aperti, e tantomeno arrangiarsi in mezzo alle mille difficoltà giornaliere, sfidando incomprensioni, inadempienze, latitanze e stupidità. Ormai abbiamo bisogno di riforme organiche, cioè di politiche lungimiranti e coerenti. E abbiamo bisogno che tutte le istituzioni e tutta la società dimostri di credere nella centralità della scuola per il futuro del Paese. Ma si deve sapere, tutti dobbiamo sapere, che il processo sarà lungo e difficile. Come dice Norberto Bottani, le riforme vere, e quella della scuola non può non esserlo, sono complesse, richiedono perciò ricerche lunghe, procedure precise, investimenti consistenti, grande consenso e lucida determinazione delle classi dirigenti. Le riforme vere durano per questo molti anni, non meno di dieci/quindici, e quando sono a regime già è giunta di nuovo l’ora di aggiornarle o di cambiarle: si vedano i casi della Spagna o della Francia. Dunque la fretta, l’improvvisazione e gli scontri ideologici non portano da nessuna parte. Come non porta da nessuna parte l’idea balzana che le riforme si possono fare a costo zero. Si avrà la forza di mettersi su un altro piano, che è poi solo quello della ragione e del buon senso? Gli analisti del CENSIS fanno un invito perentorio: “Diamoci una calmata e manteniamo la testa fredda, perché i problemi veri del Paese richiedono serietà e pazienza, evitando il più possibile le esasperazioni emotive oggi così correnti”. Noi lo condividiamo in pieno.