Sulla presunta oggettività dei criteri di valutazione

A cura del Prof. Luca Umena

In una recente intervista il professor B. Vertecchi, noto esperto di “teoria della valutazione”, ha espresso la ferma convinzione che “il sistema valutativo italiano è oggi finalmente pronto ad affrontare l’ardua sfida dell’oggettività”.
A questo proposito vorrei fare alcune semplici osservazioni .
Tuttavia, considerata l’ampiezza e la complessità dell’argomento, per non scadere nel generico, mi limiterò ad analizzare solo una parte circoscritta di esso e per la precisione quella che riguarda la presunta attendibilità degli attuali criteri di valutazione del profitto.

1° osservazione
Il raggiungimento dell’oggettività nella valutazione è un mito come quello dell’oggettività scientifica.
La parola valutazione, intesa sia nel senso di “dare valore”, sia nel senso di stimare, giudicare, verificare, prevede sempre un intervento umano in cui entrano in maniera determinante la formazione culturale, i valori sociali e gli stimoli ambientali. E’ impossibile quando si tratta di valutazione definire una sequenza rigida di operazioni di raccolta dei dati e di interpretazione degli stessi in cui non entri il giudizio personale, in cui non entri cioè la soggettività sia in termini di criteri , sia in termini di valori e di credenze (la storia della scienza è piena di esempi di questo genere).

2° osservazione
La matematica, le procedure statistiche, le griglie valutative con algoritmi sempre più sofisticati non risolvono il problema, anzi contribuiscono a nasconderlo sotto una nebbia di dati oggettivi.
“Occorre riflettere per misurare e non misurare per riflettere, scriveva nel 1938(!) l’epistemologo francese Gaston Bachelard – Se si volesse fare una metafisica dei sistemi di misura, bisognerebbe rivolgersi al criticismo, non al realismo. Vediamo invece lo spirito prescientifico precipitarsi sul reale e affermarsi grazie a “precisioni eccezionali”. Lo si può osservare tanto nell’esperienza pedagogica quotidiana, quanto nella pratica di certe scienze allo stato nascente.”[…]
“La precisione numerica è spesso una sommossa di cifre allo stesso modo in cui il pittoresco , per parlare come Baudelaire, è una sommossa di dettagli”
Una riflessione più profonda sugli strumenti e sui metodi di valutazione è quindi necessaria, persino su quelli che all’apparenza sembrano più sicuri e collaudati.
In questa prospettiva vanno lette e interpretate le osservazioni che seguono.


3° osservazione

La valutazione delle abilità e delle competenze “alte” non è effettuabile con criteri oggettivi di tipo analitico. In ambito educativo ci si trova a valutare fenomeni assai complessi e a molte variabili, rispetto ai quali è ingenuo pensare di poter applicare modelli scientifici nell’accezione popperiana del termine, ovvero nell’accezione di modelli falsificabili: il riscontro sperimentale sarà sempre in questo ambito semplicemente indicativo.
Anche perché spesso:

4° osservazione
“Il totale è migliore delle somma delle parti, come disse la pupa allo squartatore”
(W. Allen)
Ovvero in termini più tecnici: la complessità del processo valutativo non è interpretabile dalla unidirezionalità del modello riduzionista.
Per una corretta valutazione del profitto è necessario adottare una prospettiva diversa, di matrice olistica. La valutazione complessiva di una prova non può scaturire dalla somma delle singole valutazioni parziali (come invece viene suggerito dalla tassonomia presente nel registro personale).
Soprattutto perché:

5° osservazione
Esistono tipi diversi di sapere e quindi ci dovrebbero essere tipi diversi di voto.
Senza entrare in un’analisi epistemologica complessa, che ci porterebbe a considerare la teoria dei tipi elaborata un secolo fa da B. Russell, possiamo dire semplicemente che esistono due generi diversi di sapere: il sapere e il sapere sul sapere. A ciascuno di essi la logica formale non permette di attribuire lo stesso tipo di valutazione. Questo significa che commetteremmo un errore logico se valutassimo due tipi diversi di conoscenza con lo stesso genere di voto. E soprattutto commetteremmo un errore a sommare tra loro voti appartenenti a generi diversi (è come se sommassimo insieme tre metri con due secondi). Nella prassi abituale invece attribuiamo a ciascuna domanda (a prescindere dal genere) un punteggio più o meno elevato e calcoliamo il voto finale come somma dei punteggi parziali. Quello che dovremmo fare in realtà è combinare i voti in un modo più complesso seguendo le regole della divisione e della moltiplicazione.(Un po’ come si compongono i centimetri e i chilogrammi per stabilire il tipo di corporatura di una persona).