La teoria della conoscenza, o meglio l’epistemologia
per dirla in maniera più elegante, nacque nell’antica Grecia, intorno
al VI sec. a.C., dal tentativo di spiegare quei fenomeni misteriosi e apparentemente
inintelligibili, che l’uomo si trovava ad affrontare nella realtà
quotidiana.
Naturalmente l’epistemologia e più in generale la filosofia non
nacquero solo per risolvere problemi eminentemente pratici, ma si svilupparono
anche per la curiosità, per il desiderio intellettuale, per la brama
di sapere dell’individuo umano che, posto dinnanzi alla realtà,
voleva in qualche modo spiegare i suoi molteplici aspetti e i suoi fenomeni
più oscuri.
Così già dal VI secolo a.C. in molti tentarono di comprendere
il mondo che ci circonda e le conoscenze che ne abbiamo, attraverso teorie cosmologiche.
Si sviluppò, un sapere nuovo ed originale, libero e aperto alla critica,
in cui la disamina dei modelli precedenti e persino delle teorie del maestro
rappresentava il punto di partenza di ogni buon pensatore.
Fu così per Anassimandro e Anassimene che criticarono le teorie del maestro,
Talete.
Successe lo stesso pure ai pluralisti Empedocle e Anassagora e agli atomisti
Leucippo e Democrito.
Fu così per gli eleati Parmenide, Zenone e Melisso che ripresero e rivisitarono
le teorie di Senofane, e per i socratici.
In ogni nuova generazione era presente una nuova filosofia, una nuova cosmologia
di sorprendente originalità e profondità.
Ma quale era il segreto degli antichi? Probabilmente ha ragione K. Popper, “il
loro segreto stava in una tradizione particolare, la tradizione della discussione
critica.”
Ogni pensatore, all’interno del suo sistema dava vita ad una netta separazione
tra EPISTEME, la conoscenza certa degli dei, e DOXA, il sapere incerto, fallibile
e congetturale degli uomini.
Il primo e più importante pensatore che affermò queste istanze
fu Senofane di Colofone, ai più oggi sconosciuto; ma il ruolo che egli
ricoprì all’interno della formazione del pensiero greco e più
in generale di quello moderno occidentale, sua diretta filiazione, fu di primaria
importanza e di grande valore.
Egli verso il 530 a.C. esprimeva così il suo scetticismo: “il certo
nessuno lo ha mai colto né alcuno ci sarà che lo colga e relativamente
agli dei e relativamente a tutte le cose di cui parlo. Infatti, se anche uno
si trovasse per caso a dire, come meglio non si può, una cosa reale,
tuttavia non la conoscerebbe per averla sperimentata direttamente. Perché
a tutti è dato solo l’opinare.”
Questo modo di porsi nei confronti della conoscenza riscosse un notevole successo, e si sviluppò per diversi secoli, fino a quando un killer, di nome Aristotele rovinò questa giusta concezione e distrusse “la tradizione della discussione critica”. Asserì infatti che anche noi uomini abbiamo EPISTEME e, per conseguire tale sapere dimostrabile, inventò l’induzione. “ Ma siccome sulla cosa non si sentiva affatto sicuro, ne diede la colpa a Socrate” (cit. K. Popper.) La filosofia, fino a allora vera libertas dell’uomo, si eclissò per più di 1000 anni.
Ma ritorniamo al nostro problema principale: quali furono le metodologie di ricerca applicate alla realtà per comprenderla nella sua totalità?
Fin dal V sec. a.C. si svilupparono, in Grecia, due opposte correnti di pensiero,
due diversi modi di analizzare il mondo e i suoi fenomeni, due indagini conoscitive
distinte e separate l’una dall’altra: il razionalismo e l’empirismo.
Col termine razionalismo facciamo riferimento a quelle filosofie che ritengono
la realtà governata da un principio intelligibile per il nostro pensiero.
In senso lato il termine si contrappone a irrazionalismo, ovvero a quei sistemi
di idee che vedono l'universo dominato dal caso o da altre forze oscure. Ma
in senso più ristretto esso indica un particolare metodo di conoscenza
che si colloca agli antipodi dell'empirismo, il quale fonda la propria conoscenza
sull'esperienza sensibile.
La polemica fra razionalismo ed empirismo si sviluppò già nell’antica
Grecia, ma fu soprattutto nel corso dei secoli XVI e XVII, proprio durante la
rivoluzione scientifica, cioè nel periodo in cui nacquero e si consolidarono
le moderne scienze naturali, che tale polemica assunse le dimensioni di una
vera e propria guerra, combattuta per l’onore, le cui armi furono le parole
e non le spade. Al centro di quel dibattito vi fu appunto il problema del metodo,
ossia della ricerca delle procedure giustificative ed unificanti della scienza
stessa.
I razionalisti partendo dalla convinzione che le conoscenze veramente valide
ed universali sono prodotte dall'attività della mente, quindi dall’intelletto
stesso, il quale non ha bisogno dei dati forniti dall'esperienza sensibile (empeiria)
per ricercare la verità, giungono a formulare, secondo la prospettiva
kantiana, giudizi analitici a priori.
I pensatori razionalisti, a partire da Descartes, fanno derivare l'universalità
e la necessità del sapere umano da quello che ritengono essere un patrimonio
di idee innate, sovrasensibili, e “iperuraniche”, presenti nella
mente di ciascun uomo fin dalla sua nascita, e con le quali mediante l’ausilio
della ragione, che si sviluppa a posteriori, si riesce a determinare, dialetticamente,
la realtà.
A ciò si collega inoltre la concezione che lo scibile consista in una
connessione deduttiva di conoscenze sviluppate a partire da alcuni principi
logici validi a priori, (il principio di ragion sufficiente per esempio) secondo
un modello che si rifà al rigore del ragionamento matematico e all’evidenza
della logica aristotelica. Il manifesto del razionalismo moderno può
essere individuato nel Discorso sul metodo di Descartes, pubblicato per la prima
volta nel 1637, nel quale il pensatore francese tenta di costruire un criterio
omnicomprensivo e totalizzante della realtà. L'ambizione di Descartes
era quella di fondare l'intero sapere umano su un principio autoevidente ed
universale (il famoso cogito ergo sum, sive existo "penso, quindi sono,
dunque esisto") e su alcune regole metodologiche (l'evidenza, l'analisi,
la sintesi, l'enumerazione) ispirate anzitutto a criteri di semplicità
e chiarezza, ma formulate in modo da permettere la massima generalizzazione
possibile. La certezza della conoscenza derivava così, dall’evidenza
dell’intuizione e dal rigore della deduzione.
Gli sviluppi principali del razionalismo dopo Descartes si possono ritrovare
nei sistemi di pensiero di Spinoza e di Leibnitz. Proprio nella Monadologia
(Leibnitz) rivela una straordinaria capacità di collegare fra loro la
riflessione metafisica cristiana con la logica aristotelica, la matematica cartesiana
con la fisica newtoniana facendo propri gli aspetti caratterizzanti di ciascuna
riflessione precedente alla sua. Spinoza invece, trova nel determinismo benevolo
della Natura il fondamento razionale della sua filosofia e nella conoscenza
adeguata il mezzo per arrivare alla libertà.
La maggior parte dei pensatori razionalisti del Sei e Settecento, inoltre, condivide
una concezione di tipo meccanicistico del mondo fisico, determinata dal forte
influsso della scienza newtoniana sulla cultura del tempo.
Certo è, comunque, che per i razionalisti la conoscenza deve iniziare
dalle idee universali della mente e procedere successivamente in modo deduttivo,
ricavando cioè da queste tutto ciò che vi è di razionalmente
implicito. La via del procedimento deduttivo implica necessariamente il rispetto
del principio di coerenza, ossia la mancanza della contraddizione, e in questo
senso diviene di primaria importanza il ruolo della logica: viene così
rivisitata quella aristotelica e stoica. La deduzione, per dirla con altre parole,
si configura come un'inferenza, un passaggio da una conoscenza ad un'altra,
che va dal generale al particolare, cercando di non trascurare i diversi piani
del significante e del significato.
La forma più celebre di deduzione è il sillogismo aristotelico,
ovvero un procedimento che consta di tre proposizioni: la prima (detta premessa
maggiore) è una proposizione universale e affermativa; la seconda (detta
premessa minore) è anch'essa affermativa, ma è di tipo particolare;
la terza (detta conclusione) è quella che nasce come conseguenza dall'accostamento
delle due premesse iniziali. Un esempio notissimo è il seguente: "Tutti
gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; dunque Socrate è mortale".
Risulta però evidente il carattere tautologico, formale, e dogmatico
del procedimento sillogistico: infatti, quando si è detto che tutti gli
uomini sono mortali, è superfluo aggiungere che anche Socrate lo è.
Inoltre occorre notare che, attenendosi scrupolosamente al suo schema, il sillogismo
rimane sempre formalmente esatto, ma è vero soltanto se le sue premesse
sono vere. Ad esempio il seguente sillogismo: "Tutti gli uomini sono immortali;
tutti i greci sono uomini; dunque tutti i greci sono immortali" è
un sillogismo formalmente esatto, ma decisamente falso. Proprio questa applicazione
dogmatica, questo formalismo, esercizio virtuoso e astratto delle facoltà
intellettive, mosse in risposta al razionalismo, numerose obiezioni di carattere
empirico.
Come detto, al razionalismo si oppone l'empirismo. La parola empeirìa
in greco significa "esperienza": empirismo è perciò
un metodo conoscitivo che, a differenza del razionalismo, assegna un ruolo centrale
ai sensi e all'esperienza sensibile, solo grazie ad essa infatti è possibile
procedere alla elaborazione di concetti e conseguentemente alla costruzione
di un valido pensiero filosofico e scientifico.
Nel pensiero antico la tesi secondo cui "nihil est in intellectu quod prius
non fuerit in sensu" (non c'è nulla nell'intelletto che prima non
sia stato nei sensi) incontrò molti sostenitori. Lo stesso Aristotele
ne fu profondamente influenzato, ed ancora più esplicitamente empirista
fu la strada seguita dalla filosofia in età ellenistica, quando la scuola
epicurea e quella stoica si trovarono concordi nell'attribuire alle sensazioni
il carattere rivelatore della vera essenza delle cose.
L’empirismo trovò già agli inizi dell'età moderna,
cioè agli albori della scienza impropriamente detta (perché i
primi a fare proprio il metodo scientifico furono proprio i greci), un esponente
qualificato in Francesco Bacone e il suo metodo scientifico basato sull’osservazione,
divenne il mito della rivoluzione scientifica: (mito ancora oggi di moda, che
vede nella semplice e pura osservazione dei fenomeni la chiave di volta della
realtà).
Ma in verità il metodo baconiano è decisamente falso e fuorviante,
se il nostro intelletto non formula prima ipotesi e non si ripromette di ricercare
nell’esperienza sensibile quel qual cosa che aveva precedentemente supposto,
congetturato, allora non troverà, nell’osservazione empirica, mai
niente di nuovo. Ed infatti: prendete un foglio bianco e una matita ed osservate!….Che
cosa avete osservato?…Un bel niente, o piuttosto non sapete che cosa osservare!..
L’osservazione in se stessa, quindi, non porta a nessuna verità.
La più completa formulazione dell’empirismo moderno fu elaborata
da John Locke: che nel suo Saggio sull'intelletto umano, contestando l'innatismo,
scompose le idee presenti nella mente riconducendole a tre grandi categorie:
semplici, complesse e astratte. Le idee semplici sono il frutto evidente delle
sensazioni, le basi atomistiche i materiali della conoscenza, il limite oltre
il quale l’attività della mente umana non può andare, mentre
le idee complesse sono il risultato di una riflessione della mente che, sotto
l'accostamento di idee semplici (per esempio un colore, una forma, un peso)
cerca di identificare una sostanza (per esempio un tavolo). Tuttavia le idee
complesse, secondo Locke, non possono garantirci la formulazione di giudizi
certi, ma contengono solo elementi valutabili sul piano della probabilità.
“L’idea a cui diamo il nome generale di sostanza è oscura
e confusa”.Se poi ci si sposta alle idee astratte o generali (quelle che
Platone aveva indicato come modelli preesistenti alla mente dell'uomo), in questo
caso per Locke siamo davanti a dei puri e semplici nomi, a delle metafore astratte
alle quali non corrisponde alcuna realtà oggettiva: esse ci servono,
sono utili al nostro pensiero, ma nella loro essenza sono solo dei segni linguistici,
necessari alla comunicazione tra gli uomini (alla categoria delle idee astratte
appartengono anche le dimostrazioni della matematica). In questi termini a senso
parlare per Locke di nominalismo. Il linguaggio è perciò il segno
convenzionale delle idee.
Sulla via aperta da Locke si posero vari pensatori, tra i quali David Hume,
uno dei più importanti esponenti del relativismo filosofico, e più
tardi John Stuart Mill, per il quale l'intero scibile umano è di origine
empirica, ed il metodo tramite il quale esso è intelligibile è
quello dell'induzione. Secondo Mill infatti, gli stessi procedimenti deduttivi,
perfino i principi scientifici, partono da premesse generali che però
altro non possono essere che generalizzazioni più o meno fondate di osservazioni
empiriche (ad esempio l'affermazione "tutti gli uomini sono morali"
è solo una generalizzazione dei casi di morte osservati da tutti gli
uomini). Le stesse verità logiche e matematiche sono generalizzazioni
di alcune esperienze di spazio e di relazione tra oggetti. L’inferenza
induttiva va quindi dal particolare al particolare.La generalizzazione induttiva
è a sua volta fondata sull'idea della uniformità della natura
e della regolarità dei fenomeni naturali: il passaggio da osservazioni
su un numero limitato di casi ad affermazioni sulla totalità dei dati
possibili regge solo sull'idea che la natura abbia delle leggi.
E qui sta il punto fondamentale: la natura è veramente soggetta a leggi,
il futuro può essere anticipato, o siamo noi a pensarlo? E, nel primo
caso, come è possibile per l'uomo conoscerle? Nel secondo caso, come
può l'uomo formulare tali leggi? Ma queste domande rimandano ad altre:
cos'è la conoscenza, ed è possibile? Esiste veramente una verità
assoluta?
A queste domande ognuno da una risposta soggettiva e personale: ma la filosofia,
dovrebbe insegnare anziché la predizione improbabile di un futuro prossimo
sulla base di presunte leggi universali, (il futuro è aperto a tutte
le possibilità e dipende solo da noi!), o una conoscenza assoluta di
una verità elitaria, a guardare dentro noi stessi, ha ricercare la nostra
dimensione interiore, a farci prendere coscienza che la realtà non è
poi sempre come ci appare, che all’uomo, in quanto tale, è dato
solo l’opinare, il congetturare e che la verità è quanto
mai instabile e relativa: l’unica cosa, in definitiva ,che dobbiamo sempre
ricordarci, è quella di sapere di non sapere niente, o quasi…
Proprio per questo allora empirismo e razionalismo sono solo due della tante
metodologie di ricerca attuate dall’uomo; due episodi, due “errori”
che abbiamo commesso, nella perenne e pericolosa lotta per costruire un mondo
migliore e più libero.