Pitagora

A cura del Prof. Pino Mazzi

Nacque a Samo, un’isola adagiata sul mare Egeo, non lontano da quella piana sulla quale dovette sorgere Troia, intorno il 590 a.c., ed al suo primo vagito esclamò: “So“. Al sapere, in effetti, dedicò tutti i suoi anni, tutte le sue energie che non furono poche, tutta la sua intelligenza che fu notevole. Viaggiò molto, perfino troppo se fosse rispondente al vero quanto narra la leggenda, avendo percorso l’intero mondo allora conosciuto dall’Egitto all’India, dalla Siria alla Persia, dalla Fenicia alla Gallia; ovunque, insomma, vi fosse un qualche sapiente da ascoltare al cospetto del quale la sua sete di conoscenza trovava ristoro. Quando incontrò i numeri fu una folgorazione, come Dante con Beatrice. A quarant’anni, declinando l’ansia del viaggiare e di conoscere paesi e genti nuovi per fare posto alla meditazione, smessi i panni del cercatore di verità, si trasferì nella Magna Grecia, cioè nell’Italia meridionale che di colonie greche era piena, e qui fondò una confraternita che per stile di vita anticipò i futuri ordini religiosi.
‘Zitto ed apprendi’, questa la prima regola alla quale il novizio doveva sottostare, un precetto simile al canone monastico della “taciturnitas”, nella convinzione che il silenzio delle labbra è il sale della mente; e chi riusciva a sopravvivere all’imposizione del mutismo, era atteso da nuove prove: appena destatosi, doveva tracciare il programma della giornata ed a sera raccogliersi in un esame di coscienza severo e puntiglioso; compiere le ‘orazioni’ ed i culti previsti, perché il rispetto verso gli uomini passa attraverso il rispetto per gli Dèi; astenersi, come si conviene ad ogni vegetariano e a chi crede nella reincarnazione dell’anima, dal consumo di carne; esercitare continuamente la memoria che del sapere era considerata la depositaria; e tutto ciò perché questo spirito ascetico si era convinto che solo attraverso il sacrificio, la mortificazione e la costante applicazione l’uomo avrebbe potuto trarre il meglio da sé. A riprova della purezza e del disinteresse del loro intendimento, già al primo ingresso nella scuola i discepoli avevano l’obbligo di depositare tutti i beni personali presso di lui che, contrariamente a tanti moderni fondatori di sette esoteriche, era un galantuomo e di tutto quel denaro non ne profittò mai.
Come tutti i filosofi presocratici si interessò alla politica e ad essa partecipò attivamente tanto che a Crotone, alleatosi con gli aristocratici, prese il potere e ingaggiò una guerra violentissima con la vicina e democratica Sibari. Non fu, dunque, come l’aspetto nobile, il garbo, il decoro, il contegno sempre dignitoso nell’agire e nel parlare potrebbero far credere, un matematico eccellente e mite, il capostipite di quei geni stravaganti e in parte stralunati che una certa letteratura ci ha tramandato, ma un incrocio tra Cromwell e Savonarola, tra un fanatico puritano ed un moralista intransigente e di ciò la scuola ne fu espressione: una comunità ad un tempo religiosa, politica, sapienziale, ove tutto era messo in comune, ove regnavano l’umiltà, il rispetto, l’ubbidienza, l’autorità, il rigore, la rigida osservanza dei ‘segreti’, ove la sua persona era oggetto di così grande venerazione che non si osava nominarlo direttamente, indicandolo con il generico “Lui”.
Maestro inaudito e sconcertante insegnò circondato da un alone di mistero, tanto che si dice parlasse ai suoi discepoli dietro una tenda, quasi a marcare il carattere esoterico della sua dottrina, perché oltre che filosofo lasciò credere di essere mago e profeta e di apprendere, in un rapporto elitario con il sacro, la sua dottrina da Febo per bocca della sacerdotessa Temistoclea. E se ebbe poche affinità con tutti quei santoni, maestri, guru che, nel corso dei secoli fino alla New Age, hanno invitato ad accordare il proprio essere con l’armonia del tutto, ad immergersi nell’immenso oceano della verità, dell’amore e della conoscenza universale, a piluccare fiori e foglie per farne decotti e tisane, ad abbandonarsi a riti insensati ed incomprensibili spacciandoli per purificatori, a ritenere sapienza quel guazzabuglio ove c’è di tutto fuorché la logica, di certo non gli difettò il fascino con cui attrasse e sedusse schiere di ingenui aristocratici, lasciando tuttavia indifferenti i più plebei ma sensati democratici che, infine, non potendone più di quello stato quaresimale, vero mercoledì delle ceneri, nel quale aveva fatto precipitare Crotone, assaltarono la sua scuola, ne uccisero gran parte degli aderenti e costrinsero alla fuga i pochi sopravvissuti.
Al centro della sua dottrina c’era il sapere, al quale, contraddicendo in parte il suo stesso insegnamento, affermava si doveva pervenire non per rivelazione mistica o illuminazione divina, che sono le vie preferite dalle anime pigre, ma tramite un lungo, difficile, impegnativo apprendistato al quale pochi riuscivano; e da apprendisti trattò i suoi discepoli, dividendoli in matematici, gli iniziati, e acusmatici, cioè ascoltatori, i novizi. La dottrina, articolata in geometria, musica, astronomia, medicina, ma condita con elementi tratti dall’orfismo, dai culti di Dioniso, dai misteri eleusini, non mise capo ad un matrimonio mal combinato, risultando, al contrario, un sincretismo, per molti aspetti geniale, di razionalità e credenze. Ad essa attribuì una funzione catartica, considerandola un mezzo per l’ascensionale purificazione dell’anima. In tal modo aprì la strada a quella considerazione strumentale del sapere che di questo fa non un valore o fine in sé, ma un supporto, per quanto nobile e prezioso, di un fine più alto che per Pitagora, sostenitore della dottrina della metempsicosi, fu la liberazione dell’anima da tutte le catene che la imprigionavano. Persuaso, però, che la sola conoscenza non era sufficiente a raggiungere un così alto scopo, ricorse all’astinenza, alla rinuncia, al sacrificio, all’eliminazione, in altre parole, di tutto ciò che alla vita conferisce sapore e gioia, a cui si aggiunsero i numerosi riti purificatori che dovevano educare alla disciplina, al rigore, al controllo delle passioni. “ Soma sema “ fu il suo motto, che poi divenne il motto di tutti i grandi dispregiatori della vita corporea, ritenuta, alla luce di un ascetismo rinunziante e purificatorio, vera e propria tomba dell’anima. Immateriale ed immortale, quest’ultima non è più quel pallido e afflitto simulacro che triste si aggira per l’Ade, come nell’Iliade e nell’Odissea, quanto una realtà di origine e natura divina, separabile dal corpo e di questo armonia, numero in movimento, che persegue un proprio destino attraverso la serie delle reincarnazioni.
Trasse la sua sapienza attingendo a molte fonti, ma nessuna fu più ricca del mito di Orfeo nel quale si narra di come al suono melodioso della lira venissero domati gli animali, spostati i massi, erette imponenti mura. Il mito non solo gli ribadì la visione olistica della realtà, espressa nell’unità di tutti gli elementi che costituiscono la fisis, ma richiamò la sua attenzione sull’armonia espressa dai suoni musicali alla quale si piegano tutti gli elementi. Studiando la scala musicale si rese conto che gli intervalli che la costituiscono possono venire espressi in termini di rapporti numerici e posta l’equivalenza tra armonica e realtà, ne concluse che la natura delle cose è il numero. Procedette in modo non dissimile da quanto sta facendo la fisica più recente che dopo aver scoperto la presenza di onde sonore, quale residuo di quelle fasi convulse che hanno tenuto a battesimo l’universo e di cui ancora permane una traccia, ne sta analizzando il timbro. Come le armoniche del suono distinguono il timbro di uno strumento dall’altro, così gli scienziati hanno distinto il timbro delle onde primordiali, a cui hanno fatto corrispondere le diverse strutture di organizzazione del materiale cosmico, ipotizzando in tal modo il processo fisico che si è verificato alle origini dell’universo. Ma a tanto si era già giunti nell’ambito della scuola pitagorica che aveva chiamato “armonia dei cieli” il suono meraviglioso che gli astri producono nel loro incessante movimento, nella convinzione che il Cosmo sia governato da leggi musicali e matematiche. Certo la strada seguita fu più vicina al mito che al logos; ma non è forse vero che spesso il mito ha anticipato quanto in seguito il pensiero razionale ha elaborato nella forma che gli è propria?
La “natura delle cose è il numero”, se anche non fu sua, l’espressione sintetizza in modo esemplare il pensiero filosofico di Pitagora, ed è verosimile che dietro di essa e a suo fondamento vi fossero oltre il ragionamento, la magia misticheggiante, la sapienza pre-filosofica, la folgore dell’intuizione, il sentire olistico, tutto quel coacervo che esclude si possa ridurre il numero, e le operazioni ad esso connesse, alla semplice funzione del contare. Vivi, palpitanti, reali e del reale essenza, i numeri danno così un volto a quelle proporzioni che legano le molteplici cose in un gioco di intrecci ricco e creativo, costituendo nel loro insieme il kosmo, cioè la totalità degli enti i quali, portandosi nell’annuncio, mostrano l’armonia che li compenetra e li sostiene. Egualmente lontani dalla esteriorità del segno e dall’astrattezza dell’intelletto, essi si amano, si cercano, si compenetrano, intrecciano danze, generando figure che dietro la geometricità delle linee rivelano il profondo della fisis. Attraverso il numero, in altre parole, egli non volle ridurre la realtà agli aspetti quantitativi, oggettivi, calcolistici, ma individuarne la chiave che consentisse di penetrare quell’ordine e quell’accordo che della realtà sono la natura più propria. Largo alla matematica, allora! Ma non prima di averla liberata da tutte quelle implicazioni pratiche che ancora aveva presso gli altri popoli, astraendo dalle quali le assegnò quel carattere di rigore che divenne il segno distintivo di ogni ulteriore disciplina che ebbe la pretesa di essere epistemica, cioè di indossare la veste di sapere vero e definitivo.
Vero Giano bifronte condensò in sé la natura più propria del sapiente prima che l’irrompere prepotente della razionalità filosofica tingesse di sé in maniera indelebile l’orizzonte culturale greco: profeta, sacerdote, mago e politico per un verso, scienziato, matematico, attento indagatore della fisis, interprete del logos per l’altro. Fu filosofo, ma alla filosofia non si arrese completamente; fu sapiente, ma ai suoi discepoli insegnò che la vera conoscenza dipende dall’applicazione e dalla ricerca e non dalla oracolarità dei cosiddetti ‘sapienti’; fu matematico, ma della matematica non fece il linguaggio, bensì l’essenza della realtà; fu politico, ma della politica se ne servì per realizzare il suo ideale etico; fu uno spirito solitario, ma fondò la prima scuola di pensiero dell’antichità.
In definitiva, fu un intelletto vivo, profondo, creativo, complesso, e dunque contraddittorio